lunedì, 10 dicembre 2007

L'articolo di Alessandro Dal Lago, intitolato Laicità : i cittadini e i diritti , apparso sull'ultimo numero di MICROMEGA, è stato ripreso e pubblicato dal quotidiano genovese "IL SECOLO XIX" ed è leggibile on line su sito:


http://rassegnaweb.comune.genova.it

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venerdì, 27 luglio 2007
Embrione e vita, le verità in tasca della Chiesa ma perché dobbiamo crederci tutti?



da Liberazione del 26 luglio 2007, pag. 1



di Carlo Flamigni

Il commento di Maurizio Mori alla decisione del Gup di chiudere

definitivamente il procedimento nei confronti di Riccio, accusato, se non

sbaglio, di omicidio del consenziente, è stato intitolato dall' Unità "Lode

a un giudice che non ha avuto paura". Non ho capito subito quanto questo

titolo mi dispiacesse, non so se accade anche a voi di arrivare alle

conclusioni con ritardo, quando si tratta di cose sgradevoli, ho bisogno di

rimuginarci un po'. Dunque, abbiamo bisogno di uomini coraggiosi, magari di

eroi, persone delle quali un paese civile non deve, almeno in linea di

principio, sentire la mancanza.



Siamo dunque un paese a civiltà limitata, un paese che vive sotto la

dittatura dell'embrione, della sacralità della vita, delle verità rivelate,

e che non riesce a far valere i fondamentali diritti dei suoi cittadini,

quello all'autodeterminazione, ad esempio, o quello alla libertà di

coscienza, o persino quello di poter godere dei privilegi considerati come

assolutamente elementari in un qualsiasi stato laico. E tutto ciò per una

ragione francamente assurda: le ipotesi, le speranze, i convincimenti di

alcuni, pur essendo le mille miglia lontane da qualsiasi possibilità di

essere dimostrati veri (non credo francamente che la fede sia una

testimonianza attendibile in un qualsiasi tribunale civile minimamente

"coraggioso") sono stati trasformati in leggi dello stato e costringono

persone convinte di essere portatrici di differenti verità - o di nessuna

verità - a ubbidire e a comportarsi in modi che queste stesse persone

considerano indecorosi e sbagliati. Così si impone a cittadini che non

credono nell'esistenza di dio di considerare la vita come un dono, uno

strano dono invero visto che non possiamo disporne e dobbiamo risponderne a

qualcuno.



Nello stesso modo viene imposto a persone che non credono in dio il

principio secondo il quale la vita è sacra e inviolabile e deve essere

accettata comunque, qualsiasi cosa ci faccia, qualsiasi sofferenza comporti,

e che comunque il dolore è salvifico, e ci sono remunerazioni che ci

aspettano, purchè.



Quali siano le conclusioni di questa anomalia - un convincimento personale

che diviene norma di comportamento per tutti (e insisto nel dichiarami del

tutto disinteressato al valore rivelatore della fede, pur essendo

consapevole della sua utilità sociale) - è sotto gli occhi di tutti: non

possiamo disporre della nostra esistenza; è praticamente inutile che

predisponiamo un testamento biologico perché un qualsiasi medico potrebbe

decidere di ignorarlo con la scusa dell'"obiezione di conoscenza" (cioè la

convinzione che non conoscevamo abbastanza bene le conseguenze delle nostre

scelte, secondo l'opinione del Comitato di Bioetica); che se accettiamo, in

un momento di smarrimento, un qualsiasi tipo di supporto vitale, dopo non ce

ne libereremo più, e così via. Pensate al ridicolo e squallido scempio che

si riesce a fare dei corpi dei trapassati, gusci vuoti di persone che non li

abitano più, ma che non hanno capito che il trasloco deve essere definitivo,

guai a lasciare un cuore che batte ancora, qualche cretino che te lo infila

in un macchinario complicato si trova sempre, così, tanto per nascondere per

un po' il malato alla morte, far finta che la malattia non sappia più

vincere.



Non v'è dubbio che credere in dio, in un qualsiasi dio, e persino aspirare a

credere in dio, crea stranieri morali ed è origine di conflitti che possono

rivelarsi disastrosi. Questi conflitti possono essere esacerbati da

politiche religiose avventurose o da analisi sbagliate delle aspirazioni e

dei comportamenti. E' avventuroso scegliere la strada dell'etica della

verità, abbandonare la compassione in favore della pietà, ignorare le

ragioni degli altri e cercare di umiliarli (ecco le chiese che diventano

sette), come sta facendo da un paio di papi la chiesa cattolica. E'

sbagliato immaginare che i milioni di musulmani che vivono in Europa

accetteranno per sempre di vivere la loro fede nell'intimità delle famiglie

e non cercheranno piuttosto di viverla pubblicamente. Tutto ciò genera

conflitti e sappiamo bene quale può essere il risultato dei contrasti che

possono sorgere tra le religioni. E' per questo che abbiamo molto più

bisogno di uomini saggi che di uomini coraggiosi. La convivenza degli

stranieri morali è possibile solo se tutte le posizioni sono ugualmente

rispettate e se lo stato si limita a questo rispetto e non interviene nei

conflitti se non come mediatore. L'etica della verità dell'attuale pontefice

entra in conflitto con le verità degli altri, anche perché ha bisogno che i

suoi dogmi siano confermati dalle leggi (ecco la ragione per cui i cattolici

si sono tanto battuti per la legge sulla procreazione assistita, a costo di

doverne accettare le incongruenze) così come ha bisogno che lo stato non

approvi norme che li contraddicano (ed ecco perché non verrà mai approvata

una legge accettabile sulle famiglie di fatto). Sembra che nessuno ricordi

più che Abbagnano affermava che uno Stato che legifera tenendo presenti gli

interessi di una specifica ideologia a danno delle altre si macchia di

immoralità.



Rispetto è una parola molto più complicata di quanto possa sembrare a prima

vista: esige anzitutto laicità da parte di tutti, il che significa che,

quali che siano le nostre convinzioni, dobbiamo accettare il fatto che esse

non ci danno il diritto a considerarci gli unici a conoscere la verità, una

forma di presunzione stupida, prima ancora che intollerabile. D'altra parte,

di cose illuminate dalla verità ne esistono ben poche, e il nostro rapporto

quotidiano è con realtà che vivacchiano nella penombra dell'incertezza o del

momentaneo consenso. Stupisce tutti la violenza che è presente, senza alcun

infingimento, nel pensiero dei fondamentalismi religiosi, che considera gli

altri, i diversi, come infedeli che vivono nell'errore e che rappresentano

una minaccia per il trionfo della verità. Questi sentimenti, e persino la

decisione di considerare questi infedeli come fratelli che sbagliano e far

scendere su di loro il peso intollerabile della pietà - il sentimento che

scende dall'alto e prelude al perdono, non la disinteressata condivisione

della sofferenza che chiamiamo compassione - sono la dimostrazione

dell'assenza totale di rispetto.



Del resto, tutto ciò rappresenta la base del proselitismo, una violenza

morale che non tiene in alcun conto la cultura, le opinioni e le scelte

degli altri e che diventa addirittura violenza quando si verifica attraverso

rapporti impropri e sbilanciati per ragioni economiche o psicologiche.



Dunque, non è civile una convivenza come quella attuale, che vede alcuni di

noi costretti a vivere secondo ideologie che fondamentalmente disprezziamo.

Mi sembra quindi necessario non frammentare la discussione, evitare di

combattere battaglie parziali e di retroguardia che riguardano oggi la vita,

domani la morte e dopo ancora chissà: il problema è complessivo e riguarda

la laicità dello stato, i rapporti con le religioni, il confronto tra le

differenti culture, e deve essere trattato come un unico soggetto. Penso che

abbia ragione Mori: c'è bisogno, oggi, di uomini coraggiosi se vogliamo,

domani, poter fare a meno
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