sabato, 30 maggio 2009

La Stampa, oggi, riprende un articolo del New York Times sul progetto cinese di cancellazione della città di Kashgar:  


" Un migliaio di anni fa, il ramo Sud e quello Nord della Via della Seta convergevano su Kashgar, la città-oasi all’estremità occidentale del deserto di Taklamakan. Mercanti andavano da Delhi a Samarcanda attraversando montagne gelide e impervie, scaricavano qui i loro cavalli e vendevano zafferano e mastice. Così facevano anche i mercanti cinesi, con i cammelli carichi di seta e porcellana. Oggi nei vicoli della città, dove gli asini trascinano carretti pieni di mercanzie e le case sono di fango e paglia, passeggiano i turisti.  Ma quelle case, nelle cui finestre un tempo si potevano guardare le merci senza comprarle, dopo i saccheggi di Tamerlano e Gengis Khan stanno per conoscerne un altro. Novecento famiglie sono già state sfrattate dalla Città Vecchia, «l’esempio meglio conservato di città tradizionale islamica in Asia centrale», come ha scritto l’architetto e storico George Michell nel suo saggio «Kashgar, città-oasi sull’antica Via della Seta cinese». Nei prossimi anni, dicono le autorità cittadine, si demolirà almeno l’85 per cento di questa pittoresca conigliera e verranno spostate molte delle 13 mila famiglia uigure - un’etnia turcomanna e musulmana. Devono lasciare il posto a una nuova Città Vecchia, una combinazione di case da appartamento, piazze e viali, nello stile dell’antica architettura islamica «per preservare la cultura uigura», come ha spiegato in un’intervista telefonica il vicesindaco di Kashgar, Xu Jianrong."  (l'articolo continua qui )


Kashgar, citta della regione del Xinjiang (grande cinque volte l' Europa occidentale) è al centro di un incredibile crogiuolo di etnie stratificatesi in secoli di attraversamento dell'altopiano del Pamir. Ancora oggi è il punto d'arrivo della  Karakorum Highway, che collega il Pakistan alla Cina musulmana. Città di traffici commerciali leciti e illeciti, porto franco dell'alcol e della prostituzione per i fondamentalisti pakistani che si concedono una settimana di tregua dalle regole della sharia, è anche un centro del movimento separatista degli Uiguri , spina nel fianco della politica cinese, anche per i suoi sospetti collegamenti con Al Qaeda . La ragione ufficiale che porterebbe alla distruzione del vecchio nucleo di Kashgar sarebbe, secondo le autorità cinesi, la necessità di ricostruire l'intera area secondo norme antisismiche, ma la spiegazione lascia più d'uno perplessi sulle reali motivazioni del governo cinese e si paventa la continuazione della stessa politica che Pechino esercita nei confronti del Tibet, in un'area per di più che gode di una copertura  mediatica internazionale molto inferiore.



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categoria:cina, xinjiang, kashgar, uiguri
mercoledì, 27 maggio 2009

I due film sono : Wesh Wesh, qu'est-ce qui se passe ? (2001) e Bled, number one (2006) di un giovane regista di origine algerina, Rabah Ameur Zaimèche, arrivato in Francia quando aveva due anni e cresciuto nelle banlieues parigine. I film non sono distribuiti in Italia, ma possono essere trovati nelle mediateche dell' Alliance Française.  Il regista guarda con disincanto ad una generazione di immigrati  sospesi tra due paesi, due lingue, due culture, non accettati fino in fondo dal paese che sentono come proprio perché vi sono nati o arrivati bambini, ma anche  impossibilitati a riconoscersi in quello d'origine, che non conoscono abbastanza e che guardano con occhi d'europeo.Il film del 2001 è ambientato in Francia e narra la storia di Kamel rientrato in Francia illegalmente dopo esserne stato espulso e la sua vicenda ordinaria di possibilità mancate che si concluderanno con un'altrettanto ordinaria morte in una strada di periferia. Wesh wesh è la traslitterazione di un 'espressione araba con cui i giovani magrebini emigrati in Europa si salutano in un universo fatto di androni, scale di condomini, assenza di prospettive e dove, in fondo, non accade mai nulla. Il bled è, invece, il villaggio d'origine, quello dei nonni e delle tradizioni familiari, è un luogo di affetti e di appartenenza, ma anche oppressivo, immobile nella sua chiusura comunitaria che nega  i bisogni dell'individuo e la sua libertà. Nel film del 2006, Kamel, ritornato al bled dopo l'espulsione, in una natura che riesce ad essere bellissima nonostante il degrado edilizio e l'orrore del vecchio e nuovo che si mescolano, cerca disperatamente di adattarsi a riti e rapporti che non sono i suoi, tra violenze domestiche e politiche (quelle dell' integralismo che funesta ancora parte del territorio algerino), ma alla fine non  gli resta che cercare di procurarsi un passaporto falso per ripassare la frontiera, mentre la donna, da cui era attratto, troverà solo nell'ospedale psichiatrico in cui verrà ricoverata, quegli spazi di libertà che la sua condizione di donna le avevano fino a quel momento negato. Entrambi i film sono contrassegnati da una notevole sobrietà narrativa da cui emerge ancora più forte il sentimento di un' inevitabilità contro cui non può nulla lo sguardo lucido e razionale del protagonista, interpretato dallo stesso regista, che cerca senza successo una via di scampo.


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Algeri (foto mia)


Kouba 4


Algeri - quartiere di Kouba (foto mia)


Bir Mourad Rais 1


Algeri - quartiere di Bir Mourad Rais (foto mia)

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categoria:immigrazione, algeria, rabah ameur zaimèche
mercoledì, 20 maggio 2009

  scansione0001                            (La Valle dello Swat nel 1993 - foto mia)


"Chi parte da Karachi alla mattina arriva a Peshawar all'una, e da Peshawar allo Swat sono appena tre o quattro ore di macchina. Tutto questo oggi è agevole e breve; ma certo non lo era ai tempi d'Alessandro che vi pervenne dopo aver attraversato tutto l' Iran e l' Afghanistan...Swat si chiama il fiume che solca la regione, da tramontana a meridione...Tutto il paese converge verso il fiume; vi converge con le montagne, più aride a ponente, più boscose a levante e l'una incuneata nell'altra con un intrico così stretto che i torrenti durano fatica a scavarsi una strada fra i precipizi e le muraglie...La gente è composta soprattutto di Pathan, ma abbastanza numerosi sono i Gugiar divisi a loro volta in due gruppi: i sedentari ed i nomadi. I primi si sono tagliati i proipri campi nel folto dei boschi, risalendo le pendici dei monti; allevano bestiame e coltivano grano e granturco. I secondi invece non hanno abbandonato il costume delle migrazioni stagionali. Corre fra di loro questa differenza, che mentre i sedentari hanno dimenticato la propria lingua e parlano il pashtu, i nomadi sono perlomeno bilingui, perché fra di loro non è ancora scomparso l'idioma antico" (Giuseppe Tucci - La via dello Swat - 1963)


Servizio fotografico di Der Spiegel International sull'esodo dei profughi verso i campi di rifugio (2009)

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categoria:swat, giuseppe tucci
lunedì, 18 maggio 2009

Oggi Marco Travaglio interviene sulla vicenda Pinelli e sulle recenti dichiarazioni di Napolitano


http://www.youtube.com/watch?v=sO1XY7T4vFs

martedì, 12 maggio 2009

Mi sarebbe piaciuto parlare della Valle dello Swat dove infuriano i combattimenti tra esercito pachistano e i miliziani integralisti, tra ricordi, qualche foto e qualche riflessione. Invece mi ritrovo a parlare di Giuseppe Pinelli. Questa mattina, Ugo Magri, che conduce questa settimana la rassegna stampa di Radio Tre, invitava un ascoltatore, Ferruccio, che chiedeva che si facesse finalmente chiarezza sulla morte di Pinelli e come fosse possibile a distanza di quarant'anni che nessuno ancora avesse chiarito perché e come fosse morto Pinelli nei locali della Questura di Milano in quel lontano 15 dicembre 1969 , ad "andare oltre", quasi fosse un segno di cattiva educazione e malagrazia pretendere di conoscere la verità e dovere di un buon cittadino sposare la verità di stato, per inciso di quello stesso Stato che attraverso "suoi spezzoni deviati" (si dice sempre così) ha fatto saltare in aria,  nei locali della Banca dell' Agricoltura,  un buon numero di cittadini pur di fermare l'avanzata politica delle sinistre.


Insomma, secondo Magri, che cita a suo sostegno l'incontro "pacificatore" tra la vedova Calabresi e la vedova Pinelli su invito del presidente Napolitano, l'importante non è accertare la verità quanto piuttosto una sorta di "scordammoce ò passato e tiriamo a campà" in cui vittime e carnefici si rappacificano in nome del "guardare in avanti". Ritenuto vittima a sua volta colui che per anni era stato ritenuto, invece, il responsabile di quella morte, riconosciuto vittima, dopo quarant'anni colui che lo fu da subito, i colpevoli non esistono e chi insiste a cercarli e a chiedere che sia fatta luce su quanto accaduto diventa "il primo responsabile della mancata pacificazione", il guastafeste, il sobillatore, uno che sarebbe bene far tacere.


Che non ci dicano la verità ci siamo abituati, ma che fossimo gabbati e contenti fino adesso non l'avevano ancora preteso.

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categoria:piazza fontana, giuseppe pinelli, mario calabresi, 2009, guido magri
domenica, 10 maggio 2009

Periodicamente la stampa ci informa che se le classi (le scuole addirittura come propongono alcuni) fossero separate per generi i nostri figli imparerebbero di più e meglio.  Oggi lo fa con un lungo articolo Annachiara Sacchi sul Corriere della Sera, che tra i sostenitori delle scuole tutte maschili o tutte femminili cita il FAES  definito dalla giornalista "Un grup­po di genitori milanesi, riunito nell’associazione FAES (Famiglia e scuola), ha fatto nascere dal 1974 a og­gi 14 istituti paritari (3 mila alunni dal nido alle supe­riori) a Napoli, Palermo, Bologna, Roma, Verona, Mi­lano" . La Sacchi però omette di informare il lettore che la  FAES è un'emanazione dell' Opus Dei, dalla cui Prelatura viene nominato il sacerdote preposto nella scuola all'educazione spirituale degli alunni e al controllo della conformità dell' insegnamento alla dottrina cattolica e al magistero della Chiesa. Caratteristica di tutte le scuole gestite dalla Faes è, appunto, la didattica differenziata per sesso, secondo d'altra parte il modello tradizionale dell'istruzione cattolica smantellato in Italia negli anni '60 in seguito allo sviluppo della scuola pubblica che finì con l'imporre il modello della classe mista nel decennio successivo anche nella scuola privata. Dietro l'apparente battaglia pedagogica si cela un interesse molto concreto: portare ulteriore acqua al mulino di chi chiede che lo Stato garantisca alle famiglie i contributi che permettano loro di scegliere l'educazione separata, nella scuola privata al posto di quella mista della scuola pubblica. Dispiace che il più prestigioso quotidiano italiano abbia perduto ancora una volta l'occasione di fare seriamente il suo mestiere.


 

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categoria:opus dei, scuola pubblica, scuole cattoliche, faes, educazione separata