mercoledì, 28 gennaio 2009

Dalla Dichiarazione d' Intenti dell' AIC:


" L' Alternative Information Center (AIC) è un'organizzazione internazionale progressista che riunisce attivisti israeliani e palestinesi. E' impegnata nel diffondere informazione, nell'offrire sostegno politico, nel promuovere iniziative readicali e nell'elaborare analisi critiche sia delle società israeliana e palestinese che del conflitto israelo-palestinese.


L' AIC si batte per promuovere la piena uguaglianza individuale e collettiva sul piano sociale, economico, politico e di genere, la libertà, la democrazia e il rifiuto della filosofia (nell'ideologia e nella prassi) della separazione.


L'obiettivo regionale più urgente è trovare una giusta soluzione al secolare conflitto coloniale in Palestina e affrontare l'attuale regime israeliano di occupazione nel suo quadro internazionale. Il metodo di azione dell' AIC nasce dalla consapevolezza che la lotta locale deve situarsi, sia nell'ambito dell'analisi che della prassi, nel quadro della lotta globale per la giustizia.


La struttura interna dell' AIC e le sue relazioni di lavoro mirano a riflettere i valori summenzionati "


Il sito di informazione giornalistica dell' AIC (in inglese, arabo, israeliano, castigliano) è in rete al seguente indirizzo: http://www.alternativenews.org


 

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mercoledì, 21 gennaio 2009

Da pagina 33 di La REPUBBLICA del 20 gennaio 2009


"La barbarie strategica"  di Fabio Mini


I danni collaterali sono per definizione quelli causati ai civili quando si tenta di colpire gli obiettivi militari. Sono danni previsti o imprevisti, frutto dell´imprecisione delle armi o di errore. Durante la guerra del Kosovo il portavoce della Nato utilizzò il termine in maniera estensiva e assolutoria anche quando l´attacco contro strutture civili era intenzionale. Veniva così derubricato un evento che poteva essere un crimine di guerra e le vittime diventavano responsabili di trovarsi nel posto e nel momento sbagliati. Il caso ha fatto scuola e oggi la gente si è abituata all´inevitabilità delle vittime civili durante ogni tipo di conflitto, compreso quello tra guardie e ladri.

Dal punto di vista militare è il segno della regressione della guerra tra avversari asimmetrici: regressione di umanità e di strategia. La prima diventa ancora più grave perché sostenuta dalla seconda che spesso viene spacciata per "evoluzione". La realtà è che le vittime civili, in barba a tutte le norme del diritto internazionale, dei codici militari e dei costumi di guerra, sono tornate ad essere il vero obiettivo delle guerre. Si è tornati alla distruzione "strutturale" adottata nella seconda guerra mondiale con i bombardamenti a tappeto e in Vietnam con il napalm. Questa guerra sembrava finita quando si è voluto distinguere fra forze combattenti e non combattenti, quando l´etica ha richiamato le norme di protezione dei civili e quando lo stesso interesse consigliava di limitare i danni perché, come disse Liddell Hart, «il nemico di oggi è il cliente di domani e l´alleato del futuro».

Questa guerra sembrava finita per sempre quando dalla distruzione nucleare si è passati al precision strike, l´attacco di precisione, che rappresenta la rivoluzione strategica e tecnologica più importante e costosa dell´ultimo mezzo secolo. Di tutto questo si è persa traccia e memoria e gli imbonitori che indulgono nella giustificazione militare dei danni collaterali sono analfabeti di ritorno. Con i nuovi eserciti e le nuove armi i danni collaterali dovrebbero tendere a zero e con i nuovi avversari, arcaici e disperati, non ci sono strutture militari e produttive da distruggere per piegare la volontà di resistenza. Ci sono solo case, chiese, moschee e persone, donne, bambini. Tutte cose facili da colpire e allora la vera sfida strategica non sta nel come distruggere, ma nel come non coinvolgere gli innocenti.

In Cecenia, Afghanistan, Libano e, oggi, a Gaza la strategia deliberata di colpire i civili per far mancare il sostegno della popolazione agli insorti, ribelli e cosiddetti terroristi è un´altra regressione. Riporta alla guerra controrivoluzionaria, che invece ha fatto sempre vincere i ribelli, e alle nefandezze delle occupazioni coloniali. Anche le giustificazioni e il mascheramento di queste regressioni con strumenti di propaganda sono dejà vu. Sono cambiati i nomi e alcuni strumenti, ma gli effetti sono sempre gli stessi. La guerra psicologica che tenta di dimostrare che i civili non sono i nostri obiettivi ma le vittime dell´avversario che li usa come scudo non è cambiata da millenni, per questo il nemico è sempre stato "scellerato". Si usano gli stessi messaggi anche se al posto di proclami e infiltrati si utilizzano volantini, radio, televisioni, ambasciatori e lobby politiche. Ieri, la popolazione priva di sistema d´allarme, sapeva dell´imminente attacco dal rumore dei bombardieri. Pochi minuti per scappare. Oggi si telefona alle vittime, ma questo, come allora, non aiuta chi è intrappolato come un sorcio e non può andare altrove. Appare solo cinico.

L´ultima novità della guerra psicologica è che non si rivolge più all´avversario, ma alle proprie truppe e, soprattutto, all´opinione pubblica interna e internazionale. Quest´arma di manipolazione delle masse e di distruzione delle intelligenze è diretta verso le proprie forze e i propri alleati e ogni soldato sa che nulla è più pericoloso del cominciare a credere alla propria propaganda. Gli eserciti più potenti del mondo non sanno riconoscere e affrontare le nuove forme di guerra asimmetrica. Non sanno penetrare, discriminare, selezionare e operare chirurgicamente. Non sanno gestire il proprio eccesso di potenza e hanno perso la coscienza dell´inutilità e della illegalità delle distruzioni civili. Non si rendono conto che questo serve solo a imbarbarire la guerra: un lusso che i terroristi possono permettersi. Noi no.







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sabato, 17 gennaio 2009

Il video della dimostrazione a Tel Aviv di Courage to Refuse: "I soldati rifiutano di prestare servizio a Gaza" (8 gennaio 2009)


video sottotitolato in inglese:


http://www.couragetorefuse.org/English/article.asp?msgid=275


 




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venerdì, 16 gennaio 2009

L'intervista che segue è stata pubblicata, a firma di Francesca Paci, inviata a Tel Aviv,  su La Stampa del 15 gennaio 2009




"Io, disertore di una guerra immorale"

Noam sa come i connazionali considerano quelli tipo lui. Ha già ricevuto decine di email anonime: «vigliacco», «traditore», «amico dei terroristi». Non se ne cura. Domenica 4 gennaio, il giorno dopo essere stato richiamato tra le fila dei riservisti, ha detto no. Noam Livne, 34 anni, dottorando in matematica al Weizmann Institute di Rehovot, è uno dei 9 refusenik che hanno rifiutato la divisa per l'operazione Piombo Fuso. «Sono andato alla base e ho spiegato al comandante che non avrei combattuto a Gaza per ragioni morali» racconta seduto a un tavolino del caffè Mersand, nel cuore di Tel Aviv. Fuori, al di là della vetrina che sembra dipinta da Hopper, ragazzi della sua età si dirigono verso la spiaggia per l'aperitivo nei locali affacciati sul mare, lo stesso di Gaza, il fronte distante meno di 100 chilometri.


Quali sono le ragioni morali di cui ha parlato al suo comandante?

«Questa guerra non serve. Non sono un disfattista, sono stato nell'esercito quattro anni, tre di leva e uno da ufficiale. Ho anche servito come riservista ma solo all'interno della linea verde, i confini del '67. Nei territori palestinesi occupati non andrò mai, me ne sono convinto mentre ero in prigione».


Quando è stato in prigione?

«Nel gennaio 2002. C'era la seconda Intifada e io rifiutai di andare con le truppe a Nablus. Sono stato dentro tre settimane, ho letto molti libri e sono uscito ancora più convinto di non voler partecipare a un conflitto sbagliato e ingiusto. Quando decidi da che parte stare è facile, anche se gli altri non capiscono»


Che libri ha letto?

«Ne ricordo uno in particolare, La storia di Elsa Morante, mi ha influenzato tanto e mi ha dato forza».


L'80 per cento degli israeliani continua a sostenere la guerra. Non si sente isolato?

«Non sono del tutto solo per fortuna, ma noi obiettori di coscienza siamo una esigua minoranza. In questo Paese c'è un sistematico indottrinamento nazionalista, è difficile differenziarsi. Anche i palestinesi raccontano la loro storia parziale, e questo non aiuta. Io provo a capire la cronaca scartando il filtro della narrativa israeliana e di quella palestinese. E' un lavoro da umanista, i nostri e i loro morti, come i nostri e i loro feriti, sono la stessa cosa»


Il governo israeliano dice che è stato Hamas a rompere la tregua.

«Hamas è diventato la giustificazione per qualsiasi tipo di reazione. Anche io odio Hamas, un partito di terroristi. Ma non riesco a essere felice se muoiono mille palestinesi»


Ha fiducia nella politica?

«Voto, sia pur senza grande entusiasmo. Il problema non sono i politici, anche se attribuisco gravi responsabilità al ministro della difesa Barak. Dopo il fallimento di Camp David Barak ha convinto il Paese che i palestinesi non fossero un partner possibile. In generale però, i politici sono l'espressione degli elettori e gli elettori qui non sono pronti alla pace


Cosa farebbe se fosse nominato premier?

«A differenza dei guerrafondai, convinti che le armi siano la risposta, io non ne ho una. La situazione è difficile. La pace è difficile. E' vero che i palestinesi capiscono meglio il linguaggio della violenza, ma anche noi israeliani. Entrambi ci rappresentiamo come mostri, un popolo di terroristi e un popolo di guerrieri assatanati. Non sono ottimista e non ho una soluzione, ma ho una direzione. Se fossi premier appoggerei l'iniziativa araba, spingerei perchè noi ebrei ci integrassimo nella regione, costruirei il confine sulla linea del '67, senza aggiustamenti


Il ragazzo che l'ha preceduto nel rifiutare di servire a Gaza è stato condannato a due settimane di prigione. Lei?

«Non hanno deciso, il comandante ha detto che avrebbero pensato a cosa fare di me. Forse mi processeranno


Hamas potrebbe accettare la tregua. Cosa crede che accadrà?

«Un proverbio ebraico dice che la profezia è materia da stupidi».

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sabato, 10 gennaio 2009

Anarchist Against the Wall è un gruppo di azione diretta nato in Israele nel 2003 in risposta alla costruzione del muro che lo stato di Israele stava edificando nei territori occupati della West Bank. Il gruppo opera congiuntamente con i civili palestinesi in una lotta non violenta contro l'occupazione. Dalla sua formazione, il gruppo ha dato vita a centinaia di manifestazioni e azioni dirette in tutta la West Bank contro il muro in particolare e l'occupazione in generale. Tutte le iniziative di AATW sono corordinate da comitati popolari locali nati nei villaggi e sono dirette nella maggior parte dei casi da palestinesi. Gli attivisti di AATW ritengono che sia dovere dei cittadini israeliani resistere alle azioni immorali commesse in  loro nome e che sia possibile fare di più in Israele che scendere in piazza o partecipare a collette di solidarietà. Ritengono che l'apartheid e l'occupazione israeliane non finiranno da sole ma solo quando diverranno ingovernabili ed ingestibili e che sia tempo di opporsi fisicamente ai bulldozer, all'esercito e all'occupazione.                                                                                design2_logoUna breve storia. Nell'aprile 2003, a tre anni dalla nascita della seconda Intifada, un piccolo gruppo di attivisti israeliani, in maggioranza anarchici, già impegnati politicamente nei Territori Occupati hanno dato vita ad Anarchist Against the Wall. Il gruppo si costituì intorno ad un campo di protesta nel villaggio di Mas'ha dove sarebbe stato inalzato il muro che avrebbe lasciato il 96% della terra del villaggio dalla parte israeliana. Il campo, a cui parteciparono attivisti israeliani, palestinesi e di altri paesi era formato da due tende montate sul terreno del villaggio di cui era prevista la confisca. Palestinesi, Israeliani e militanti provenienti da tutto il mondo occuparono il terreno per quattro mesi, durante i quali il campo divenne un centro di informazione  e un luogo per esperienze di democrazia diretta. Nel campo furono pianificate azioni dirette contro il muro come quella del 28 luglio 2003 nel villaggio di Anin. In quell'occasione gli attivisti palestinesi, israeliani e internazionali riuscirono ad aprire un varco nel muro a dispetto degli attacchi dell'esercito (su tale episodio si possono leggere gli articoli apparsi all'epoca su Haaretz). A fine agosto 2003, con la costruzione del muro quasi ultimata, il campo fu spostato nel cortile di una casa di cui era prevista la demolizione. Dopo due giorni di blocco dei bulldozer e di arresti di massa, la casa fu demolita e il campo smantellato, ma rimase lo spirito di resistenza che quell'esperienza aveva permesso di maturare. Nel 2004 il villaggio di Budrus cominciò la sua lotta contro la costruzione del muro e AATW si unì quotidianamente alle dimostrazioni che ebbero luogo. Con la mobilitazione ad oltranza e attraverso  forme di resistenza popolare il villaggio di Budrus riuscì a conseguire vittorie significative. Senza ricorrere ai tribunali israeliani e facendo appello esclusivamente ad azioni di resistenza popolare, il villaggio ottenne di spostare il tracciato del muro quasi completamente al di fuori del proprio territorio. L'esempio di Budrus spinse molti altri villaggi ad organizzare forme di resistenza, che ebbero in alcuni casi risultati forse anche maggiori. Per buona parte dell'anno quasi ogni villaggio,  che avrebbe dovuto essere attraversato dal muro, si ribellò contro la sua costruzione. AATW si unì alla lotta di ogni villaggio che richiese solidarietà. Seguì la lotta intorno al villaggio di Bil'in, a nord-ovest di Ramallah, dove la terra agricola del villaggio stava per essere confiscata per la costruzione del muro e di nuovi insediamenti.


Qual è il ruolo di AATW nella lotta ? La semplice presenza di israeliani nelle azioni condotte dai civili palestinesi offre qualche protezione dalle violenze dell'esercito. Il codice di condotta dell'esercito differisce significativamente quando tra i manifestanti sono presenti cittadini israeliani e il grado di violenza, sebbene sempre presente,  si abbassa. Nonostante molti attivisti israeliani siano stati feriti durante le manifestazioni, alcuni anche seriamente, sono stati i palestinesi ad aver pagato il prezzo più alto. Al momento 10 palestinesi sono stati uccisi durante le dimostrazioni contro il muro e migliaia sono stati feriti. L'esercito e il governo israeliano cercano con tutti i mezzi di porre fine alla resistenza popolare palestinese attraverso la repressione e di impedire agli attivisti isrealiani di unirsi alla lotta. Sotto le leggi dell'occupazione è possibile, infatti,  incriminare una persona per la semplice partecipazione ad una manifestazione. Negli ultimi anni  gli attivisti di AATW sono stati arrestati centinaia di volte e sono stati imputati per dozzine di reati. La repressione in ambito legale è solo un altro fronte aperto dalle autorità israeliane per tentare di spezzare la resistenza. Al fine di salvare i propri attivisti dalla prigione e continuare la lotta AATW ha affrontato entro la fine del 2007 spese legali che vanno oltre i 60.000$. (testo originale , in inglese, su http://www.shalif.com/anarchy/Anarchist_Against_the_Wall.html). Per saperne di più vai sul sito di AATW cliccando qui 


Questo testo risale alla fine del 2007. In questi giorni 21 membri di AATW sono stati arrestati per aver manifestato contro i bombardamenti di Gaza, inscenando la propria morte davanti ad una base dell' Israel Air Force per denunciare l'eccidio di civili. Secondo le parole di un attivista, riportate da Israel Indymedia, l'azione aveva lo scopo di dimostrare ai piloti israeliani i risultati delle loro azioni a Gaza, perché non possono ignorare o dimenticare che quando si trovano ad un'altezza di migliaia di piedi e mirano verso un obiettivo e premono un pulsante, in quel momento uccidono persone innocenti.

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martedì, 06 gennaio 2009

PRIMO PUNTO. Luca Caracciolo in Medio Oriente, una tragedia domestica  individua la specificità del conflitto israeliano-palestinese nella sua natura di conflitto permanente che ha una delle sue origini nella questione demografica : "Ci sono problemi che si possono risolvere e problemi insolubili. Da tempo gli apparati di sicurezza israeliani, più influenti dei governi anche perché più stabili, hanno deciso che la questione palestinese appartiene alla seconda categoria. Non ha soluzione. Quindi a rigore non è un problema. È una crisi permanente da gestire perché non diventi troppo acuta. Talvolta con terapie d'urto, come oggi a Gaza... Nel giro di pochi anni fra Mediterraneo e Giordano gli arabi saranno maggioranza. Ciò minaccia il carattere ebraico dello Stato di Israele, che non è negoziabile. Dunque o creiamo uno staterello palestinese a fianco del nostro, incapace di minacciarci, oppure dobbiamo tenere i palestinesi sotto controllo con la forza. E possibilmente divisi. La prima ipotesi resta il mantra della diplomazia ufficiale, la seconda corrisponde alle iniziative sul terreno, dall'espansione degli insediamenti alla caccia al terrorista nelle strade di Gaza City."  Le affermazioni di Caracciolo trovano sostegno nei dati dell' Onu, secondo cui,  la previsione di crescita demografica nel periodo 2005 -2010 registrerebbe in Israele un aumento dell' 1,7% a fronte di quello del 3,2% dei territori palestinesi occupati, cosa che fa prevedere al sociologo Sergio Della Pergola una diminuzione progressiva dell'etnia ebraica entro i confini dello stato di Israele, che si attesterebbe intorno al 47% nel 2020 per scendere al 37% entro il 2050 (Sergio Della Pergola - Israele e Palestina, la forza dei numeri-Il conflitto mediorientale fra demografia e politica, Il Mulino 2007). Al problema demografico, che in  teoria potrebbe trovare una soluzione nella formula dei "due popoli due stati"  si aggiunge quello della disparità economica che vede un rapporto nel Pil delle due comunità di 18 a 1 per Israele, cosa che finirebbe con il determinare inevitabilmente, nel caso della costituzione di due stati confinanti, un travaso di popolazione regolare e non dallo stato più povero a quello più ricco. La situazione di conflitto permanente appare, quindi, per l'establishment israeliano l'unica possibilità di non chiudere un conflitto che finirebbe per aprirne uno maggiore che minerebbe non l'esistenza di Israele come stato indipendente, ma d' Israele come nazione necessariamente a maggioranza ebraica, perché anche la sconfitta militare definitiva del nemico aprirebbe il problema del "che fare" dei vinti: sottometterli o integrarli e, in entrambi i casi, rischiare di mettere in forse l'attuale maggioranza etnica del paese. Quindi Israele attacca, attacca duramente, ma conta sulla richiesta di tregua che immancabilmente arriverà da parte della comunità internazionale e che gli impedirà di "vincere" definitivamente ancora una volta.  Resta da chiedersi se la volontà di conservare, nell'epoca della globalizzazione e del superamento delle frontiere,  uno stato a maggioranza etnica e religiosa non negoziabili, sottomettendo ad esso la pace e la democrazia, non sia un controsenso storico, visto che respingiamo con sdegno, in tutti gli altri casi, ogni politica che miri a preservare i "confini" etnici, religiosi e culturali di un paese.


SECONDO PUNTO. Lo sdegno dei media che ha accompagnato in Italia le manifestazioni di immigrati che protestavano contro il massacro di Gaza (perché se da una parte ne muoiono 5 e dall'altra più di 600 non si può parlare di guerra) sono un  tipico esempio di come utilizzare la politica estera a fini interni e viceversa: gli immigrati inginocchiati sul sagrato del Duomo di Milano avrebbero impedito ai milanesi di "fare shopping" (il vicesindaco De Corato) o avrebbero "impedito" a chi ne avesse avuto il desiderio di "entrare in chiesa" (Il Giornale e Libero). A chi ha visto in queste manifestazioni "un attacco all'occidente" contrappongo, invece, l'idea che queste manifestazioni si configurino come un momento di autentica integrazione che nasce ogniqualvolta un gruppo di persone si appropria del territorio in cui vive per manifestare per un'idea o per la difesa dei propri diritti. Suona anche piuttosto paradossale, oltre che falsa,  l' indignazione di certi personaggi di fronte ad una bandiera bruciata, visto la noncuranza che dimostrano quando ad essere bruciate sono le persone, magari i barboni, e la disinvoltura con cui perseverano nel votare l'immunità parlamentare a tutti i loro colleghi inquisiti per fatti ben più gravi di mafia e corruzione.


TERZO PUNTO. La deriva fondamentalista. Che Hamas nasconda le armi e i propri uomini tra la popolazione, sperando in questo modo di mimetizzarli e far cadere, nel contempo, il biasimo sul nemico quando questi bombarda i quartieri civili è risaputo. D'altra parte le tecniche della guerriglia non sono sconosciute agli stessi padri dello stato di Israele che si conquistarono una patria anche attraverso azioni terroristiche rivolte contro le istituzioni britanniche e gli arabi palestinesi che ne frenavano o si apponevano alla sua realizzazione, quindi nulla di nuovo da questo punto di vista. Il problema vero è il perdurare di una situazione di degrado e abbruttimento che colpisce la popolazione palestinese ormai generazione dopo generazione e che sembra non lasciare loro altra via che quella integralista, perchè gli ideali liberali difficilmente trovano alloggio tra il fango, i check point e le prevedibili angherie quotidiane a cui è inevitabilmente sottoposto chiunque sia obbligato a convivere con un esercito di occupazione. Meir Shalev, columnist del quotidiano israeliano Yedioth Aharonoth, in un'intervista rilasciata a Der Spiegel International afferma che Israele dovrebbe aprire le trattative con Hamas, perchè inevitabilmente finirà col farlo comunque nel giro di cinque anni, così come accadde in passato con l' OLP, che considerato inizialmente l'arcinemico è finito col diventare oggi l'interlocuotre privilegiato, ma, avverte, il giorno in cui Israele tratterà con Hamas sarà perché nel frattempo, quasi in un gioco perverso, all'orizzonte si sarà presentato un nuovo nemico con cui rifiutare di trattare. Sembra ritornare in qualche modo, tra le righe dell'intervista, il nodo effettivo del problema, la questione posta da Lucio Caracciolo, davvero la natura ebraica dello stato di Israele è da considerarsi non negoziabile ?

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