C'è un cartello stradale tra la Madam Cama Rd e Marina Drive, tra il centro vittoriano e lo skyline di Bombay, che vieta il transito tra le 9 e le 12 e tra le 17 e le 20.30 ad autocarri, calessi, carri trainati da buoi, ciclisti con carichi ingombranti. Nelle ore di punta, fino a non moltissimi anni fa, folle smisurate si accalcavano sui marciapiedi di fronte agli attraversamenti, frenate solo da una catena d'acciaio che un agente apriva quando il semaforo si accendeva sul verde. In questa babele di gente, di cui solo a tener conto dei residenti ufficiali si arriva a 17 milioni, di cognomi che dai Patel del Gujarat ai De Souza di Goa, ai Bosa del Bengala e ai Mehta della comunità parsi vengono da tutte le parti del continente e del mondo, di lingue che danno origine al famoso acronimo inventato da Salman Rushdie Hug-Me (Hindi Urdu Gujarati Marathi English), di grattacieli a specchio e di omini che vendono agli angoli delle strade succo di canna, di portieri gallonati e di mendicanti che nessun bastone riuscirebbe a scacciare neppure dalle arcate ultrasorvegliate del Taj Mahal, come avrebbero potuto dare nell'occhio un gruppo di giovani, uguali a tanti altri che ogni giorno arrivano a Bombay per affari, turismo o in cerca di lavoro ? E poi quel giorno tutti erano distratti dalla partita di cricket India-Inghilterra e già questa passione totale per il cricket, gioco introdotto dai vecchi dominatori, ci parla di un India che ha saputo guardare al suo passato di paese colonizzato con la distanza e la tranquillità di chi in più di cento anni di colonizzazione non ha mai perduto la consapevolezza della propria identità e cultura e che fa, ancora oggi, dell'inglese la sua lingua franca nell'impossibilità, talvolta, di far comunicare tra loro più di 20 lingue nazionali. Ebbene, non è la prima volta che questo paese subisce attentati, dai sikh del Punjab ai musulmani di Ayodhia e dell' Azad Kashmir alla guerriglia naxalita dell' Orissa e a quella dell' Assam e al Tamil Nadu che costò la vita a Rajiv Gandhi tutta la storia dell' India è costellata da sanguinarie lotte centrifughe. In passato le bombe erano messe nelle stazioni degli autobus dove si ammassavano le persone in attesa della partenza per destinazioni lontane 1000 o 2000 chilometri, perchè da quelle parti le distanze sono queste, o lasciate sulle corriere perché esplodessero lungo il viaggio con il loro lascito di morti e mutilati. Decine di persone morivano ogni volta e non erano percepite diversamente da quelle che morivano negli incidenti stradali a causa di corriere troppo cariche di uomini e di merci per le dissestate strade indiane e di quelle che morivano di denutrizione e di malattia nelle regioni più profonde del paese. La convivenza di vita e morte in India è tale, forse perchè inevitabile, da lasciar di stucco tutti gli osservatori occidentali in cerca di facile esotismo. Forse per questo i morti appaiono lontani, come i 180 morti sulla Western Railway di Bombay del luglio 2006 o i 66 passeggeri del Samihauta Express nel febbraio 2007 mentre l'attenzione dei media internazionali si accende quando ad essere colpiti sono gli obiettivi frequentati da turisti e uomini d'affari come gli Hotel Taj Mahal e Oberoi. Si cerca un capro espiatorio, una falla nel sistema di intelligence per dimostrare che gli attacchi erano prevedibili e dunque evitabili nell'illusione, smentita dai fatti, che quanto accaduto a Bombay non possa accadere nelle nostre metropoli, per non dire che anche le nostre città sono indifendibili da un terrorismo che ha deciso di immolarsi per raggiungere l'obiettivo. Si scomoda il Naipaul di India e di Beyond Belief , che questa volta ci si guarda bene dall'accusare di eccessivo occidentalismo, ci si spinge a strumentalizzare l'anniversario di Levi Strauss per rilanciare la visione nazionale securitaria come se ciò che viene imputato dottrinariamente all'islam non fosse altrettanto imputabile al cristianesimo, si rilegge il Suketu Mehta di Maximum City per capire Bombay, quando basterebbe guardare alla storia passata e recente dell' India per ritrovare il senso di un terrorismo che affonda in ragioni nazionali e internazionali e che, per questo, ci riguarda più di quanto si potrebbe immaginare a leggere i nostri quotidiani che si dilungano sulla fortuna di possedere quel prezioso salvacondotto che sembra mettere al riparo da ogni pericolo che si chiama "passaporto italiano" invece che chiedersi se la sostituzione in Pakistan di Musharraf col marito di Benazir Bhutto sia stata davvero qualla grande trovata politica che ha affascinato per un certo tempo la stampa occidentale.
Per approfondire: vedi materiali sul sito della Rand Corporation, dell ' ICG, di India Today







