Per la seconda volta mi ritrovo a segnalare un articolo di Furio Colombo il cui tema va alle radici del nostro malessere e che da solo potrebbe spiegare tante cose, non ultima questa nuova tornata elettorale che tende ad espellere il tema fondamentale del lavoro e dei rapporti sociali, ridotti ad una sceneggiata che ha come interpreti una carrellata di personaggi appartenenti alla società dell'apparire e che vendono il proprio nome a colui che sembra loro garantire che nulla davvero cambierà.
Lavoro, maledetto lavoro
di Furio Colombo
È stata la cacciata dall’Eden o la globalizzazione a svilire il lavoro e a far diventare merce la vita di tanti?
Cerco di riflettere intorno a un fenomeno che sta diventando il grande dibattito nella campagna elettorale americana e in quella italiana. Il lavoro è una disgrazia, un dovere o una sgradevole, temporanea necessità?
Certo niente è più strano del lavoro nella vita umana: lo cerchiamo e desideriamo come una salvezza appena adulti, lo sopportiamo come un pesante bagaglio per decenni, se lo troviamo, e lo lasciamo malvolentieri, nonostante le false dispute sulla presunta voglia di molti di andare in pensione troppo presto e che invece è solo paura di non trovare più la pensione, cioè un residuo decente e dignitoso della paga.
Se esistesse una storia del lavoro, ci accorgeremmo subito che si alternano nei secoli periodi di troppo lavoro - dalla schiavitù delle filande ottocentesche in cui si lavorava anche la domenica. In quei periodi l’infelicità veniva dalla fatica. E periodi senza lavoro, tra carestie, fame, pestilenze e guerre. E allora l’infelicità è provocata dalla penuria.
Mi ricordo di una notte indiana - erano gli anni Sessanta - in cui sono uscito dall’Hotel Taj Mahal di Bombay (credo che oggi dicano Mumbai) e mi sono accorto che la passeggiata notturna che mi ero proposto non sarebbe stata possibile.
Tutte le strade, tutti i marciapiedi, larghi percorsi e vicoli oscuri, erano occupati da corpi che dormivano. Era come una città scoperchiata, come vedere dentro migliaia di case, ma attraverso una vertiginosa diversità di classi. C’era chi dormiva sulla strada con lenzuola e cuscini, chi con una coperta, chi solo con uno straccio, chi con niente. Niente vuol dire nudo sull’asfalto, dunque una immagine estrema e finale della vita senza il lavoro, da cui si risaliva a un di più guadagnato con più mani, più ore, più abilità, più fatica, fino a una curiosa soglia del benessere che l’India, allora, ti rivelava: arrivavi ad avere molto con il lavoro, anche le belle pentole di rame ben lucidate, disposte intorno alla sposa che dorme. Molto ma non la casa.
Ci ho pensato quando ho cominciato a leggere sui giornali americani, e a vedere nelle immagini della Cnn, di Sky, di Fox Television le famiglie americane che, a causa della crisi dei mutui non più rimborsabili (la crisi che sta facendo zigzagare le Borse del mondo e sta facendo tremare immense banche) hanno perso la casa, che è stata ripresa dal creditore quasi all’istante. Anche in quelle immagini c’erano pentole e suppellettili, oggetti della comune intimità domestica, coperte piegate con cura e camicie pulite. E volti di uomini e donne che non avevano perso il lavoro ma avevano perso la casa e chiedevano con stupore alle telecamere: «E adesso dove vado?». Chi avesse avuto la pazienza di restare fino alla fine di quel notiziario (o di sfogliare fino alla parte “economia” le pagine del giornale) avrebbe notato una strana relazione tra quelle immagini e titoli secchi e chiari come questi: «GM: 30 mila licenziamenti». «Citybank: dopo la crisi dei mutui ne hanno lasciati andare 20mila».
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categoria:lavoro, società , furio colombo









I radicali entrano nelle liste del PD. Il cuore vorrebbe non crederci, ma la ragione eccome se ci crede !