lunedì, 29 ottobre 2007
E bravo Walter!  


di Giulietto Chiesa, Megachip  

E bravo Walter! Si conclude con successo il traghettamento al centro di una parte abbastanza consistente, non tutta, ma non poca, dell'elettorato di sinistra. Il grosso di quello che fu il Partito Comunista Italiano - quello caduto dal Muro di Berlino e, prima ancora, quello sconfitto militarmente dal rapimento e uccisione di Aldo Moro e dei cinque uomini della sua scorta - finisce dentro un progetto di democrazia americana, di gestione della "necessità" thatcheriano-blairiana, di subalternità all'Impero e di partecipazione alle guerre del presente e del futuro.

Un'operazione brillante, cullata dalla grande borghesia "progressista" italiana per togliersi dai piedi l'ingombro di Berlusconi, ormai impresentabile nel quadro internazionale (come lo fu Boris Eltsin al termine della sua carriera) e per sostituirlo con un gestore più morbido - ma perfino più ligio ai desiderata padronali - dei conflitti sociali marginalizzati di una società che deve essere pacificata. E, nel caso non lo sia, di una società che dovrà credere a tutti i costi di essere stata pacificata.

Per questo servirà un sistema mediatico, ovviamente privatizzato (perchè la Trimurti del nuovo Partito Democratico è quella che Riccardo Petrella ha brillantemente descritto come TUC, Teologia Universale Capitalista, composta di privatizzazione, liberalizzazione, deregulation) ma compatto nel levare inni e nel distribuire circenses e notti bianche a gogo.

Il traghettamento è avvenuto con una duplice, plebiscitaria votazione: una specie di uno-due pugilistico realizzato in una sola settimana. Prima i cinque milioni di votanti che hanno detto sì al welfare di imprenditori, sindacati e governo. Poi i tre milioni abbondanti che hanno ridetto sì al Partito Democratico e a Walter in persona, tra i cori osannanti di tutti i maggiori quotidiani padronali e di tutti i telegionali governativi.

In tal modo facendo gridare commentatori di ogni collocazione (salvo alcuni rari rompiscatole, ma per questo fuori gioco) alla spettacolare maturità dei lavoratori e dei consumatori italiani.

Vogliamo forse negare il carattere "storico" di un tale sussulto democratico? Vogliamo forse negare che le due consultazioni hanno dimostrato una straordinaria "voglia di partecipazione"?

Noi non vogliamo.

Ma vorremmo andare a guardare meglio dentro questo entusiasmo generale, che era già nell'aria addirittura prima del voto. Tanto impregnava l'aria che dava l'idea di una micidiale manipolazione mediatica. E, del resto, se di democrazia americana si tratta, come evitare che essa sia manipolata mediaticamente?

Per quanto concerne l'entusiasmo per i due risultati verrebbe solo da rilevare, preliminarmente, che esso caratterizzava indifferentemente anche La Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa, il Sole-24 ore e così via scendendo per li rami. In tal modo mostrando il suo carattere pienamente interclassista. Tutti d'accordo, come doveva essere.

Volevano partecipare, i votanti. E infatti hanno partecipato. Il problema è di capire a che cosa hanno partecipato. E non è detto che lo sappiano, anche perchè non lo sa nessuno, nemmeno quelli che hanno organizzato la kermesse. Ma gli è stato insegnato che partecipare vuol dire andare a votare. Così hanno colto l'occasione, perchè sono ancora figli di un paese dove la democrazia aveva (ed ha, nonostante tutto) solide fondamenta.

Non hanno capito che, ogni voto loro, dato in buona fede e con ottime intenzioni, sarà usato per procedere verso la Trimurti della TUC. Non tutti, ma molti di quelli che hanno voluto, in tal modo, "partecipare" l'hanno fatto perchè pensavano e pensano che si trattasse di votare per una cosa ancora "di sinistra". Non hanno creduto che fosse l'abbandono definitivo della sinistra e il primo passo di una confluenza al centro, alla quale loro non andranno, mentre ci andranno quelli che raccoglieranno i frutti di questa "partecipazione".

I quarantamila candidati, quelli che andranno a riempire i posti nelle varie assemblee, locali e nazionale, sono i destinati all'ingresso nelle varie oligarchie, nei "posti" da cui si cominceranno le scalate della nuova classe dirigente del partito unico con due ali molto corte. Un balbettio di nomenklatura in fasce, salvo quella che non se n'è mai andata e non ha nessuna intenzione di andarsene e che, a causa della sua esperienza trentennale, provocherà non poche delusioni nelle coorti degli assalitori dal basso delle poltrone e poltroncine che immaginavano si sarebbero liberate.

Comunque bravo Walter! Operazione conclusa, per ora, con successo.

Rossana Rossanda, che ormai non ha più lacrime per piangere, e per questo rimane ostinatamente realista, ha detto l'unica cosa giusta che mi è parso di vedere in quei giorni: il risultato è la fotografia di una totale perdita di egemonia della sinistra su larghe masse di lavoratori, di giovani, di cittadini di ogni ceto.

L'egemonia è la loro, non è di sinistra, ed è forte. Walter ha raccolto lui la seminagione di democrazia plastificata predisposta da Silvio. Lo smantellamento dei partiti, la televisionizzazione della politica - cui anche la sinistra si è acconciata senza dare battaglia, affollando i salotti televisivi dei Vespa, dei Ballarò e di tutto il resto liquamico che promana dal piccolo schermo - non poteva che produrre a livello di massa la plastificazione del voto: democrazia octrojé dove si fanno primarie, come quelle americane, a liste chiuse, cioè dove voti per candidati decisi altrove, con logiche appunto televisive, senza programmi che non siano le rughe (o la cipria) sulle loro facce.

Dunque si è trattato davvero di un evento "storico", ma di quelli su cui i ceti popolari, quelli che sono stati depredati della democrazia, dell'informazione, del tenore di vita, della sicurezza del lavoro e dei diritti, avranno di che dolersi non poco e non tardi.

La forza dell'egemonia conquistata dall'ideologia padronal-globalizzatrice la si è vista anche in questo: che la gente è andata a votare contro i suoi interessi. Ovviamente senza saperlo. Ci soccorre Michael Moore, quando, in Bowling at Columbine , ci racconta che gli americani continuano a credere al sogno americano proprio perchè la carota che gli viene agitata sotto il naso è così vicina che credono di sentirne l'odore. Non la mangeranno mai, ma è sufficiente l'odore a farli sperare.

Così, di trionfo in trionfo, i padroni del vapore, festeggiando la vittoria del loro candidato, hanno finito per credere che l'antipolitica - apparsa come in un baleno nel Vaffanculo Day di Beppe Grillo di appena un mese fa - è già stata debellata. Schiantata sotto il peso di tonnellate di democrazia sintetica, made in USA.

Vero?

Francamente ne dubiterei e, se fossi in loro, ci andrei cauto. L'Italia resta quella in cui il 70% non crede più nei partiti e nella classe politica. L'Italia resta quella che assiste disgustata al suo stesso degrado, senza sapersene tirare fuori. L'Italia resta quella che compra in massa la Casta, per scoprirvi come è stata truffata. Molti di quelli che hanno "partecipato", con mille dubbi e anche con la smorfia di chi prova a fare l'ultimo tentativo, o con il magone di chi è sotto schiaffo e pensa, o spera, di dover prendere quello che gli danno nel timore di perdere anche quel poco che gli hanno concesso, lo hanno fatto perchè non avevano alcuna alternativa a sinistra, nessuna maniglia cui aggrapparsi.

Per questo, anche, il traghettamento al centro dell'ex popolo comunista, ha funzionato. Poi avverrà l'erosione, quando molti vedranno che il Partito Democratico non potrà essere altro rispetto a ciò per cui è stato costruito, e lo abbandoneranno, nel voto, o non andando a votare. E poi verrà il momento in cui il Partito Democratico dovrà mandare la polizia per imporre la costruzione della base militare americana a Vicenza, o per imporre la costruzione dell'alta velocità in Val di Susa. E quando privatizzerà l'acqua. E quando privatizzerà la Rai. E quando si accoderà agli Stati Uniti in guerra contro l'Iran.

Tutta roba bipartisan, s'intende, dove ci si può mettere d'accordo con la destra, senza problemi. Come quando si moltiplicano gl'incentivi alle imprese, affinchè investano, ben sapendo che li useranno per trasformarli in utili da dividere tra gli stakeolders . E il ministro delle finanze di Walter, come quello di Prodi, come quello di Berlusconi, dirà che l'obiettivo primario è la crescita del prodotto interno lordo. Anche quando sarà ormai evidente anche a un deficiente che non potremo, in quel modo, fermare il riscaldamento del clima, e che non avremo più energia per tutti, e che dovremmo cambiare vita e consumi, migliorando la prima e diminuendo i secondi.

Questo non sarà bipartisan e - per questo motivo - non saranno capaci di dirlo, tanto meno di farlo.

Ma non ci sarà alternativa, finchè tutti quelli che hanno intuito che le cose non sono così plastificate come Walter ce le mostra, non avranno una maniglia cui aggrapparsi. Ma perchè la maniglia si formi occorre un progetto politico e sociale diverso da questa piccola, provinciale commedia che si recita, a soggetto, sull'orlo del precipizio.
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lunedì, 29 ottobre 2007

Una situazione politica come quella odierna avrebbe spinto, in passato, alcune forze politiche a richiamare i propri militanti alla “vigilanza antifascista”. Oggi quest’espressione fa sorridere, ma in passato voleva dire che, dopo Piazza Fontana, la Rosa dei venti, il tentato golpe Borghese, l’ Italicus, Piazza della Loggia chi si collocava nei movimenti di sinistra e nei partiti autenticamente liberali aveva avvertito che c’era nel paese un tentativo di impedire o almeno frenare, con qualunque mezzo, il processo di democratizzazione delle istituzioni e della vita civile. I democratici, in quegli anni, si opposero ad un fronte conservatore composto da alcuni ambienti industriali, da settori dell’esercito e delle forze dell’ordine, dalle alte gerarchie ecclesiastiche e da uno schieramento politico che andava dall’allora Movimento Sociale ad alcune correnti della Democrazia cristiana, all’epoca principale partito di governo. Sullo sfondo la guerra fredda, la ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro nelle fabbriche, l’emergere dei movimenti dei giovani e delle donne, la battaglia per il divorzio.



Oggi, con alcune varianti, lo scenario sembra ripetersi: ristrutturazione internazionale dell’organizzazione del lavoro, endemicità dei conflitti in Medio Oriente e in Africa , ridivisione del mondo in aree d’influenza dopo un decennio di “pax americana”, emergere di nuovi soggetti sociali: precari e immigrati, nuove battaglie per i diritti civili : coppie di fatto omosessuali e non, testamento biologico, eutanasia ecc.



C’è da chiedersi, con un filo d’inquietudine, quali saranno le Piazza Fontana e gli Italicus odierni e se il Partito Democratico, sarà chiamato a giocare domani il ruolo che fu un tempo della Democrazia cristiana: fare quadrato intorno ai poteri forti e bloccare ogni autentica trasformazione del paese. La proposta di un “partito senza tessere” che proviene, seppur confusamente, da alcuni dirigenti del neonato raggruppamento, sembra andare nella direzione di un partito d’opinione, di un partito movimento che di stabile ha solo la dirigenza, la quale detta la linea politica, mentre la base elettorale, non essendo più quella degli iscritti ma quella dei semplici cittadini, può variare e viene conquistata di volta in volta attraverso campagne volte ad ottenere non la partecipazione ad un programma politico ma il consenso ad una specifica proposta.



Questa formula capace di radunare, intorno a singole misure politiche, maggioranze variabili d’opinione pubblica garantirebbe alla dirigenza del Partito Democratico totale mano libera sia nella scelta delle alleanze che nella gestione delle istituzioni. Perché questo passaggio dalla politica intesa come partecipazione attiva alla politica come consumo passivo di proposte verticistiche avvenga in modo “naturale” è necessario restringere sensibilmente gli spazi democratici. Le misure antidemocratiche vanno dalla legge Levi-Prodi, l’ultimo tentativo, in ordine di tempo, di imbrigliare l’informazione sul web alle pesanti condanne richieste dall’accusa per i manifestanti processati per i fatti del G8 di Genova, dagli atti intimidatori del ceto politico nei confronti di giornalisti e di magistrati non allineati al crescente spazio che Tv e stampa offrono agli attacchi della Chiesa cattolica contro l’indipendenza delle istituzioni pubbliche, dalla criminalizzazione di qualunque comportamento politico o sindacale che non sia facilmente assimilabile alle forze politiche in gioco, le uniche “legittimate” ad agire e raccogliere consenso, alla pratica plebiscitaria spacciata per partecipazione democratica.



Il tema della laicità, come quello del modello di welfare da costruire o delle riforme istituzionali da intraprendere non sembrano, al momento, essere al centro del dibattito del nascente Partito Democratico, il quale sembra piuttosto teso a garantirsi la conservazione dell’esistente attraverso lo sviluppo di reti clientelari territoriali che leghino indissolubilmente le rendite politiche periferiche alla sopravvivenza di quest’area di governo e attraverso un’imponente macchina massmediatica creatrice di “eventi”: le “primarie”, le notti bianche, i festival, i convegni-spettacolo, le manifestazioni-concerto e i grandi temi “di pancia”: l’ambiente, la fame, la pace.




In questo clima da “Non disturbare l’autista”, il messaggio proveniente dal fermo dei due giovani portati in questura dalla Digos a Roma perché distribuivano volantini contro la beatificazione di 498 franchisti è chiarissimo. Ci aspettano tempi durissimi in cui non si potrà neppure gridare al “pericolo fascista” visto che quelli che governano hanno fatto dell’ “antifascismo” un mestiere.































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categoria:partitodemocratico, crisidellademocrazia
sabato, 27 ottobre 2007


La marcia su Roma dei beati franchisti



Caro Piero, il 20 settembre a commemorare la breccia di Porta Pia c’era soltanto un manipolo di Radicali, mentre in una contemporanea manifestazione quelli di Pax Christi ricordavano i morti delle truppe papali in quel giorno che segnò la fine del potere temporale nella capitale d’Italia. Domani 28 ottobre, ricorrenza non casuale della marcia su Roma e dell’avvento del fascismo, a piazza S. Pietro 498 franchisti caduti nella guerra civile spagnola verranno beatificati in massa da papa Ratzinger. Va bene che ognuno pianga i suoi morti, per carità. Ma non è un po’ strano che i morti degni della beatitudine eterna siano sempre nelle file di chi si è opposto a uno Stato laico e democratico?



Paolo Izzo

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venerdì, 26 ottobre 2007

Troppi uccelli ed api


Notizia inviata da paolida (338) 1 min 27 sec fa


A leggere o sentire le innumerevoli dichiarazioni e gli anatemi ,che la Chiesa cattolica somministra a destra e a manca in Italia e fuori in un crescendo wagneriano contro chiunque osi dire o fare quanto non è prescritto dal catechismo, viene in mente quel detto biblico che dice che Dio acceca chi vuole perdere. Dal cardinale che scongiura i giovani di non festeggiare Halloween, da quello che si indigna perchè un quotidiano nazionale fa i conti in tasca alla Chiesa, da quell’altro che sconfessa le sentenze della corte costituzionale per arrivare a quello che sostiene che anche i non credenti dovrebbero comportarsi come se credessero siamo ormai alla farsa. In un mondo caratterizzato dal calo del desiderio sembra che la Chiesa nella sua sessuofobia sia rimasta l’unico luogo dove l’elemento pruriginoso sospettato e indagato in tutte le sue forme palesi o occulte trovi spazio e seguaci (per condannarlo bien sur !). L’ultima esilarante vicenda vien dalla Germania dove il governo federale ha avuto la malaugurata idea di girare un musical per insegnare l’educazione sessuale ai bambini sollevando l’indignazione e la condanna del prelato di turno…



leggi l'articolo su Der Spiegel International

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giovedì, 25 ottobre 2007

per aver posto in termini inequivocabili i tema del rapporto tra Stato italiano e Vaticano. Trattandosi del "secondo" ma molto spesso "primo" quotidiano nazionale italiano c'è la speranza che le inchieste sull'ingerenza della Chiesa cattolica nelle istituzioni italiane e sui costi per i contribuenti italiani di questa ingerenza siano il segnale che qualcosa sta muovendosi


Democrazia e religione

di EZIO MAURO



"Finiamola". Con questo invito che ricorda un ordine il Cardinal Segretario di Stato della Santa Sede, Tarcisio Bertone ha preso ieri pubblicamente posizione contro l'inchiesta di Repubblica sul costo della Chiesa per i contribuenti italiani, firmata da Curzio Maltese. "Finiamola con questa storia dei finanziamenti alla Chiesa - ha detto testualmente il cardinal Bertone - : l'apertura alla fede in Dio porta solo frutti a favore della società". Per poi aggiungere: "C'è un quotidiano che ogni settimana deve tirare fuori iniziative di questo genere. L'ora di religione è sacrosanta".



Non ci intendiamo di santità, dunque non rispondiamo su questo punto. Ma non possiamo non notare come il tono usato da Sua Eminenza sia perentorio e inusuale in qualsiasi democrazia: più adatto a un Sillabo.

L'attacco vaticano riguarda un'inchiesta giornalistica che analizza i costi a carico dei cittadini italiani per la Chiesa cattolica, dalle esenzioni fiscali all'otto per mille, al finanziamento alle scuole private, all'ora di religione: altre puntate seguiranno, finché il piano di lavoro non sia compiuto.



Finiamola? E perché? Chi lo decide? In nome di quale potestà? Forse la Santa Sede ritiene di poter bloccare il libero lavoro di un giornale a suo piacimento? Pensa di poter decidere se un'inchiesta dev'essere pubblicata "ogni settimana" o con una diversa cadenza? E' convinta che basti chiedere la chiusura anticipata di un'indagine giornalistica per evitare che si discuta di "questa storia"? Infine, e soprattutto: non esiste più l'imprimatur, dunque persino in Italia, se un giornale crede di "tirar fuori iniziative di questo genere" può farlo. Salvo incorrere in errori che saremo ben lieti di correggere, se riceveremo richieste di rettifiche che non sono arrivate, perché nessun punto sostanziale del lavoro d'inchiesta è stato confutato.



La confutazione, a quanto pare, anche se è incredibile dirlo, riguarda la legittimità stessa di affrontare questi temi. Come se esistesse, lo abbiamo già detto, un'inedita servitù giornalistica dell'Italia verso la Santa Sede, non prevista per le altre istituzioni italiane e straniere, ma tipica soltanto di Paesi non democratici. In più, Sua Eminenza è il Capo del governo di uno Stato straniero che chiede di "finirla" con il libero lavoro d'indagine (naturalmente opinabile, ma libero) di un giornale italiano. Dovrebbe sapere che in Occidente non usa. Mai.



Stupisce questa reazione quando si parla non dei fondamenti della fede, ma di soldi. E tuttavia se la Chiesa - com'è giusto - vuole far parte a pieno titolo del discorso pubblico in una società democratica e trasparente, non può poi sottrarsi in nome di qualche sacra riserva agli obblighi che quel discorso pubblico comporta: per tutti i soggetti, anche quelli votati al bene comune. Anche questo è un aspetto della sfida perenne, e contemporanea, tra democrazia e religione.



(25 ottobre 2007)

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categoria:democrazia, bertone, larepubblica
mercoledì, 24 ottobre 2007

di Curzio Maltese

http://civiltalaica.splinder.com/

L´insegnamento in classe è la seconda voce di finanziamento dello Stato
Sono infinite le diatribe legali intorno al "regalo" del posto fisso ai docenti
La Spagna studia la revisione degli accordi con la Chiesa, in Italia non se ne parla

L´ultima ondata di bullismo nelle scuole ha convinto il governo a istituire dal prossimo anno due ore di educazione civica obbligatoria, chiamata Cittadinanza e Diritti Umani, in ogni ordine d´insegnamento, dalle materne ai licei. Durissima la protesta dei vescovi, che hanno parlato di «catechismo socialista» e invitato le associazioni di insegnanti e genitori cattolici a scendere in piazza e avvalersi dell´obiezione di coscienza.
Il presidente del consiglio ha risposto in televisione che, nel rispetto totale della maggioranza cattolica del paese, la laicità dello Stato resta un valore fondante della democrazia e l´educazione civica non è né può essere in competizione con l´ora facoltativa di religioni (cattolica come ebraica, islamica o luterana) già prevista nei programmi. Il premier ha aggiunto di voler confermare i tagli ai finanziamenti delle scuole private cattoliche e non, definiti «un ritorno alla legalità costituzionale» rispetto alla politica del precedente governo di destra.
A questo punto forse il lettore si sarà domandato: ma dov´ero quando è successo tutto questo? In Italia. Mentre la vicenda naturalmente si è svolta altrove, nella Spagna del governo Zapatero, otto mesi fa. Il braccio di ferro fra stato laico e vescovi è andato avanti e oggi il governo spagnolo studia addirittura una revisione del Concordato del 1979. Una realtà lontana da noi. Nelle scuole italiane, più devastate dal bullismo di quelle spagnole, l´ora di educazione civica è abolita nelle primarie e quasi inesistente nelle superiori. Lo Stato in compenso si preoccupa di tutelare il più possibile l´ora di religione, al singolare: cattolica. Quanto ai finanziamenti alle scuole private cattoliche, in teoria vietati dall´articolo 33 della Costituzione («Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato»), l´attuale governo di centrosinistra, con il ministro Fioroni all´Istruzione, è impegnato al momento a battere i record di generosità stabiliti ai tempi di Berlusconi e Letizia Moratti.
L´ora facoltativa di religione costa ai contribuenti italiani circa un miliardo di euro all´anno. E´ la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato alla confessione cattolica, di pochi milioni inferiore all´otto per mille. Ma rischia di diventare in breve la prima. L´ultimo dato ufficiale del ministero parla di 650 milioni di spesa per gli stipendi agli insegnanti di religione, ma risale al 2001 quando erano 22 mila e tutti precari. Ora sono diventati 25.679, dei quali 14.670 passati di ruolo, grazie a una rapida e un po´ farsesca serie di concorsi di massa inaugurati dal governo Berlusconi nel 2004 e proseguita dall´attuale.
Il regalo del posto fisso agli insegnanti di religione è al centro d´infinite diatribe legali. Per almeno due ordini di ragioni. La prima obiezione è di principio. L´ora di religione è un insegnamento facoltativo e come tale non dovrebbe prevedere docenti di ruolo. Per giunta, gli insegnanti di religione sono scelti dai vescovi e non dallo Stato. Ma se la diocesi ritira l´idoneità, come può accadere per mille motivi (per esempio, una separazione), lo Stato deve comunque accollarsi l´ex insegnante di religione fino alla pensione.
L´altra fonte di polemiche è la disparità di trattamento economico fra insegnanti «normali» e di religione. A parità di prestazioni, gli insegnanti di religione guadagnano infatti più dei colleghi delle materie obbligatorie. Erano già i precari della scuola più pagati d´Italia. Nel 1996 e nel 2000, con due circolari, i governi ulivisti avevano infatti deciso di applicare soltanto agli insegnanti di religione gli scatti biennali di stipendio (2,5 per cento) e di anzianità previsti per tutti i precari della scuola da due leggi, una del 1961 e l´altra del 1980. Il vantaggio è stato confermato e anzi consolidato con il passaggio di ruolo, a differenza ancora una volta di tutti gli altri colleghi. L´inspiegabile privilegio ha spinto prima decine di precari e ora centinaia di insegnanti di ruolo di altre materie a promuovere cause legali di risarcimento. Nel caso, per nulla remoto, in cui le richieste fossero accolte dai tribunali del lavoro, lo Stato dovrebbe sborsare una cifra valutabile fra i due miliardi e mezzo e i tre miliardi di euro.
A parte le questioni economiche e legali, chiunque ricordi che cos´era l´ora di religione ai suoi tempi e oggi chiunque trascorra una mattinata nella scuola dei figli non può evitare di porsi una domanda. Vale la pena di spendere un miliardo di euro all´anno, in tempi di tagli feroci all´istruzione, per mantenere questa ora di religione? Uno strano ibrido di animazione sociale e vaghi concetti etici destinati a rimanere nella testa degli studenti forse lo spazio d´un mattino. Pochi cenni sulla Bibbia, quasi mai letta, brevi e reticenti riassunti di storia della religione.
In Europa il tema dell´insegnamento religioso nelle scuole pubbliche è al centro di un vivace e colto dibattito, ben al di sopra delle vecchie risse fra clericali e anticlericali. Nello stato più laico del mondo, la Francia, il regista Regis Debray, amico del Che Guevara e consigliere di Mitterrand, a suo tempo ha rotto il monolitico fronte laicista sostenendo l´utilità d´inserire nei programmi scolastici lo studio della storia delle religioni. In Gran Bretagna la teoria del celebre biologo Roger Dawkins ( «L´illusione di Dio»), ripresa dallo scienziato Nicholas Humprey, secondo il quale «l´insegnamento scolastico di fatti non oggettivi e non provabili, come per esempio che Dio ha creato il mondo in sei giorni, rappresenta una violazione dei diritti dell´infanzia, un vero abuso», ha suscitato un ricco dibattito pedagogico. Ma è un fatto, sostiene Dawkins, che «noi non esitiamo a definire un bambino cristiano o musulmano, quando è troppo piccolo per comprendere questi argomenti, mentre non diremmo mai di un bambino che è marxista o keynesiano, Con la religione si fa un´eccezione». In Germania, Spagna, perfino nella cattolicissima Polonia di Karol Woytjla, il dibattito non si è limitato alle pagine dei giornali ma ha prodotto cambiamenti nelle leggi e nei programmi scolastici, come l´inserimento di altre religioni (Islam e ebraismo, per esempio) fra le scelte possibili o la trasformazione dell´ora di religione in storia delle religioni comparate, tendenze ormai generali nei sistemi continentali.
In Italia ogni timido tentativo di discussione è stroncato sul nascere da una ferrea censura. L´ora di religione cattolica è un dogma. La sola ipotesi di affiancare all´ora di cattolicesimo altre religioni, come avviene in tutta Europa con le sole eccezioni di Irlanda e dell´ortodossa Cipro, procura un immediata patente di estremismo, anticlericalismo viscerale, lobbismo ebraico o addirittura simpatie per Al Quaeda. Quanto ad abolirla, come in Francia, è un´ipotesi che non sfiora neppure le menti laiche. Gli unici ad avere il coraggio di proporlo sono stati, come spesso accade, alcuni intellettuali cattolici. Lo scrittore Vittorio Messori, per esempio: «Fosse per me cancellerei un vecchio relitto concordatario come l´attuale ora di religione. In una prospettiva cattolica la formazione religiosa può essere solo una catechesi e nelle scuole statali, che sono pagate da tutti, non si può e non si deve insegnare il catechismo. Lo facciano le parrocchie a spese dei fedeli… Perciò ritiriamo i professori di religione dalle scuole pubbliche e assumiamoli nelle parrocchie tassandoci noi credenti». Messori non manca di liquidare anche gli aiuti di Stato alle scuole cattoliche, negati per mezzo secolo dalla Democrazia Cristiana, inaugurati con la legge 62 del 10 marzo 2000 dal governo D´Alema con Berlinguer all´Istruzione, dilagati nel periodo Berlusconi-Moratti (con il trucco dei «bonus» agli studenti per aggirare la Costituzione) e mantenuti dall´attuale ministro Fioroni, con giuramento solenne davanti alla platea ciellina del meeting di Rimini. «Lo Stato si limiti a riconoscere che ogni scuola non statale in più consente risparmio di danaro pubblico e di conseguenza conceda sgravi fiscali. Niente di più».
Il cardinale Carlo Maria Martini, da arcivescovo di Milano, aveva dichiarato che l´ora di religione delle scuole italiane doveva ritenersi inutile o anche «offensiva», raccomandando di raddoppiarla e farne una materia seria di studio oppure lasciar perdere.
La Cei ha sempre risposto che l´ora di religione è un successo, raccoglie il 92 per cento di adesioni, a riprova delle profonde radici del cattolicesimo in Italia. Ma se la Cei ha tanta fiducia nei fedeli non si capisce perché chieda (e ottenga dallo Stato) che l´ora di religione sia sempre inserita a metà mattinata e mai all´inizio o alla fine delle lezioni, come sarebbe ovvio per un insegnamento facoltativo. Perché chieda (e sempre ottenga) il non svolgimento nei fatti dell´ora alternativa. In molte materne ed elementari romane ai genitori è stato comunicato che i bambini di 5 o 6 anni non iscritti all´ora di religione «potevano rimanere nei corridoi». Prospettiva terrorizzante per qualsiasi madre o padre. D´altra parte la sicurezza ostentata dai vescovi si scontra con l´allarme lanciato nella relazione della Cei dell´aprile scorso sul progressivo abbandono dell´ora di religione, con un tasso di rinuncia che parte dal 5,4 delle elementari e arriva al 15,4 per cento delle superiori (con punte del 50 non solo nelle regioni «rosse» come la Toscana o l´Emilia-Romagna ma anche in Lombardia e nelle grandi città), man mano che gli studenti crescono e possono decidere da soli.
Alla fine nessun argomento ufficiale cancella il dubbio. L´ora di religione, così com´è, costituisce davvero un insegnamento del catechismo («che in ogni caso ciascuno si può portare a casa con poche lire» ricordava don Milani) o non piuttosto un altro miliardo di obolo di Stato a san Pietro?
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

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martedì, 23 ottobre 2007

Ci risiamo. Dopo un periodo di calma apparente, sono ripresi gli attacchi mordi e fuggi all'articolo 21 della Costituzione, quello che tutela la libertà di espressione. La libertà fa paura e quella di espressione in particolar modo, adesso che il governo corre seri rischi di cadere, proprio grazie alla informazione di massa.
L'obbligo di registrare siti e blog presso il Registro degli Operatori delle Comunicazioni (ROC) è l'ennesimo tentativo di limitare la libertà degli italiani, con l'imposizione delle solite, inutili, fastidiose pastoie burocratiche e la velata minaccia di poter essere perseguiti per diffamazione a mezzo stampa.
I blog in particolare non sono che innocui diari on line, che raccolgono le riflessioni di chi dedica loro gran parte del suo tempo libero, per soddisfare semplicemente un bisogno di comunicazione.
Le vaghe promesse di ritoccare il DDL con il quale si intende limitare la libertà d'espressione non ci tranquillizzano. Chi ci garantisce infatti che i ritocchi non finiranno per peggiorarlo?
Basta quindi con le censure e, per non correre rischi, firmiamo e facciamo firmare la petizione on line allegata, con la quale chiediamo gentilmente al Consiglio dei Ministri di ritirare il provvedimento oggetto della contesa.

Per firmare, clicca su http://www.petitiononline.com/noDDL/petition.html

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martedì, 23 ottobre 2007

Libera Chiesa in debole Stato


Dal blog di franco fois (115) - Martedì, 23 Ottobre 2007 - 9:33am


La Stampa pubblica oggi un’intervento del costituzionalista Michele Ainis che mi pare meriti di essere riportato.



Negli ultimi tempi la laicità si è trasformata in un prezzemolo buono per ogni salsa. Ma se tutti sono laici, allora questa parola non significa più nulla: tanto varrebbe sbarazzarsene. È una tentazione irresistibile, davanti alle acrobazie verbali che ci consegna l’esperienza. Nel dibattito pubblico ricorre l’appello verso una «sana» laicità pronunziato da Benedetto XVI e dai suoi predecessori; ma ricorre inoltre, e per esempio, il monito col quale un capo dello Stato (Scalfaro) definisce «sacra» la laicità delle istituzioni, che è un po’ come dichiarare ateo il Padreterno. Insomma abbiamo in circolo pontefici laici e presidenti ieratici. D’altra parte, «laos» era in origine il popolo di Dio; evidentemente stiamo riportando a nudo le radici.

In realtà queste radici hanno alimentato lo sviluppo degli Stati nazionali. Perché lo Stato nasce laico, o altrimenti non sarebbe nato. Nasce quando il potere politico divorzia da quello religioso, attraverso un processo storico che ha origine nella Lotta delle Investiture (1057-1122), trova la sua prima sistemazione teorica nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes, viene poi codificato dalla Costituzione francese del 1791, quando la libertà di fede sancisce la definitiva emancipazione dello Stato rispetto alla cura degli affari religiosi. Come diceva Locke, la salvezza delle anime non ricade fra i compiti dello Stato. Sicché la laicità si risolve in un’indicazione puramente negativa, che vieta alla legge di farsi contaminare da valori religiosi. Evoca il «muro» fra Stato e chiese di cui parlava Jefferson, e ripete in qualche modo il verso di Montale: «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Questa idea si specchia nell’articolo 7 della Costituzione italiana, che dichiara l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa. Al contempo, esso riconosce la sovranità della Chiesa cattolica, e perciò la riconosce come Stato. Uno Stato enclave, ma pur sempre uno Stato, che intrattiene relazioni diplomatiche con 176 Paesi. Insomma il cattolicesimo è l’unica confessione religiosa il cui organo di governo è posto al vertice d’uno Stato sovrano. Ma dal fatto che la Santa Sede sia uno Stato derivano vincoli e divieti. A una garanzia in più (e quale garanzia!) fa da contrappeso un limite in più. Quindi se un monaco buddista o un rabbino ebreo possono ben intervenire sulle vicende legislative della Repubblica italiana, non può farlo il Vaticano. Qui, difatti, non viene in campo la libertà di religione. Non viene in campo una questione di diritto costituzionale, bensì una questione di diritto internazionale. Quando non i parroci, ma il governo stesso della Chiesa attraverso la Cei invita per esempio a disertare un referendum, è come se a pronunziare quell’invito fosse il presidente francese Sarkozy. E la reazione dovrebbe essere affidata ai nostri rappresentanti diplomatici, se vogliamo prendere sul serio l’articolo 7.

D’altronde, che accadrebbe se il premier italiano si scagliasse contro i principi che governano il diritto della Chiesa? Gli argomenti, diciamo così, non mancherebbero. Il diritto canonico non conosce la separazione dei poteri, dato che il Pontefice è al vertice del potere legislativo, esecutivo, giudiziario: una concentrazione che a suo tempo Cavour aveva definito come «il più schifoso despotismo». Non conosce il suffragio universale per la preposizione alle cariche ecclesiastiche. Non conosce la certezza del diritto, sepolta da un sistema di dispense e privilegi. Non conosce la libertà di culto, giacché qualunque offesa alla religione cattolica riveste la natura di reato. Non conosce la regola della maggiore età, dal momento che le leggi ecclesiastiche obbligano tutti i battezzati che abbiano compiuto 7 anni. Non conosce il principio d’eguaglianza fra i sessi, negando il sacerdozio femminile. Maneppure lo riconosce all’interno del sesso maschile, dato che laici e chierici hanno una differente capacità giuridica, dato che i diritti politici restano in appannaggio ai sacerdoti, e dato infine che questi ultimi sono una casta con proprie norme, sanzioni, tribunali.

In breve, la Chiesa è retta da un ordinamento dove il potere politico coincide con quello religioso, e dove vengono smentite le più elementari regole dello Stato di diritto. Eppure da quel pulpito piovono scomuniche e indirizzi per condizionare la vita pubblica italiana. Basterà rievocare un episodio: il 16 marzo scorso Benedetto XVI ha esortato all’obiezione di coscienza in difesa della vita non solo farmacisti e medici, ma anche i giudici italiani. Sennonché i giudici - afferma la Costituzione - «sono soggetti soltanto alla legge»; l’unica obiezione di coscienza che viene loro consentita è impugnare la legge per incostituzionalità. Se potessero rifiutarsi di rendere giustizia appellandosi ai propri umori e amori personali, verrebbe scardinato non tanto lo Stato di diritto, bensì lo Stato in sé e per sé, l’ordine civile. Tuttavia le nostre istituzioni hanno risposto, ancora una volta, col silenzio. Un silenzio complice, non soltanto perché la degenerazione d’un regime democratico in regime clericale (diceva Salvemini) avviene gradualmente, e te ne accorgi quando si è già consumata; non soltanto perché altrove i governi reagiscono con una protesta diplomatica, come ha fatto Zapatero nel 2005, dopo la scomunica ecclesiastica dei matrimoni gay; ma infine perché tale atteggiamento implica una cessione di sovranità. Peraltro in molti casi gli interventi della Santa Sede vengono sollecitati proprio da chi ci rappresenta: è accaduto in agosto, quando Prodi ha chiesto l’aiuto della Chiesa per far pagare le tasse ai cittadini, ottenendo una dichiarazione del segretario di Stato vaticano. Appelli come questo rivelano tutta la debolezza della classe politica italiana, ma il loro effetto è legittimare le istituzioni di uno Stato straniero all’esercizio d’un anomalo ruolo di supplenza sulle nostre istituzioni. Che perciò si spogliano della propria laicità, e insieme della propria sovranità.



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categoria:concordato, laicitàda
sabato, 20 ottobre 2007
(AGI) - Roma, 19 ott. - "Ricardo Franco Levi, braccio destro di

Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un

testo per tappare la bocca a Internet
". Beppe Grillo dal suo blog

sferra un duro attacco contro il ddl approvato in Consiglio dei

ministri il 12 ottobre. "Nessun ministro si e' dissociato - spiega

Grillo -. Sul bavaglio all'informazione sotto sotto questi sono tutti

d'accordo. La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o

un sito debba registrarlo al Roc, un registro dell'Autorita' delle

Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa

informazione senza fini di lucro. I blog nascono ogni secondo,

chiunque puo' aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri,

pubblicare foto e video. L'iter proposto da Levi limita, di fatto,

l'accesso alla Rete. Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per

creare un blog?". E ancora: "la legge Levi-Prodi obbliga chiunque

abbia un sito o un blog a dotarsi di una societa' editrice e ad avere

un giornalista iscritto all'albo come direttore responsabile. Il 99%

chiuderebbe. Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge

Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su

contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice

penale. In pratica galera quasi sicura". "Se passa la legge -

ammonisce il comico genovese - sara' la fine della rete in Italia. Il

mio blog non chiudera', se saro' costretto mi trasferiro' armi,

bagagli e server in uno Stato democratico".









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mercoledì, 17 ottobre 2007
Evoluzionismo a scuola: l’UAAR scrive a Fioroni

Pubblichiamo il testo integrale della lettera che l’UAAR ha inviato al ministro della pubblica istruzione Fioroni e, per conoscenza, al Consiglio d’Europa.



Egregio Signor Ministro,

nei giorni scorsi la risoluzione n. 1580 (2007), adottata dall’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, ha lanciato l’allarme per la diffusione nelle scuole europee dell’insegnamento del creazionismo, anche nella cd. variante del “Disegno intelligente”. Il testo definisce tale insegnamento, senza alcuna caratteristica di scientificità, come «un pericolo» e come un grave ostacolo alla ricerca scientifica. Per contro, si sollecitano gli stati membri dell’Unione Europea a promuovere l’insegnamento dell’evoluzionismo, definito «una teoria scientifica fondamentale nel curriculum scolastico». A questo proposito e in particolare, la risoluzione esprime viva preoccupazione per la attuale situazione della scuola italiana.

Infatti, se il D.M. 09.02.1979 includeva l’evoluzionismo nei programmi per le scuole medie (”Struttura, funzione ed evoluzione dei viventi”, “Origine ed evoluzione biologica e culturale della specie umana”), il recente decreto legislativo n. 59 del 19.02.2004 (con il quale è stato disposto che fino all’emanazione del relativo regolamen-to governativo, nella scuola dell’infanzia, nella scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado doveva essere adottato in via transitoria l’assetto pedagogico, didattico ed organizzativo individuato nelle Indicazioni Nazionali allegate al decreto legislativo medesimo) ha eliminato qualsivoglia riferimento all’evoluzionismo.

Le proteste e gli appelli che ne sono scaturiti hanno portato all’istituzione il 28.04.2004 da parte dell’allora Ministro dell’Istruzione Letizia Moratti di una commis-sione ad hoc presieduta da Rita Levi Montalcini. Tale commissione il 23.02.2005 ha consegnato il suo documento conclusivo, nel quale si riconosce l’importanza dell’inse-gnamento della teoria evoluzionistica sia nella scuola primaria che in entrambi i cicli di quella secondaria, sottolineandone anche l’essenziale funzione di prevenzione del razzismo; si ribadisce inoltre come il trascurare tale insegnamento significhi danneggia-re gravemente la formazione intellettuale dei giovani. Nulla è però cambiato nei pro-grammi scolastici.

Con D.M. del 31.07.07 Ella ha disposto che, a partire dall’anno scolastico 2007-2008, le scuole dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione procedono all’elaborazione dell’offerta formativa avendo a riferimento le “Indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo d’istruzione” definite in via sperimentale ed allegate al decreto stesso. Anche in tali Indicazioni, però, non appare alcun riferimento all’evolu-zionismo, pur affermandosi in esse che “Le conoscenze matematiche, scientifiche e tecnologiche contribuiscono in modo determinante alla formazione culturale delle persone e della comunità …” e che “I principi e le pratiche delle scienze, della matemati-ca e delle tecnologie sviluppano … le capacità di critica e di giudizio”.

La nostra associazione si batte da vent’anni per l’affermazione della laicità delle istituzioni, e tra i valori a cui si ispira c’è anche la libertà di ricerca. Da diversi anni organizza in Italia i Darwin Day UAAR, a cui intervengono autorevolissimi esponenti del mondo scientifico (alcuni dei quali fanno parte del nostro Comitato di Presidenza): nel 2007 le conferenze organizzate sono state 24, in 10 regioni. L’UAAR condivide e sostiene il testo della risoluzione adottata, soprattutto laddove chiede di «difendere, promuovere e rafforzare» la conoscenza scientifica, onde contribuire a costruire la libera e responsabile autodeterminazione dell’individuo.

L’Uaar è pertanto interessata a sapere quali provvedimenti il suo Ministero abbia adottato o abbia intenzione di adottare per ottemperare alle indicazioni che provengono sia dall’ Europa sia dal nostro stesso ordinamento, atti a colmare questa ormai annosa assenza dal panorama formativo pubblico italiano di una così fondamentale teoria scientifica.

In attesa di una cortese risposta,



Giorgio Villella

Segretario UAAR

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categoria:uaar, creazionismo, evoluzionismo, consigliodeuropa