lunedì, 30 luglio 2007
sabato, luglio 28, 2007
Guerra Santa o Pace Laica ?
Georg Gaenswein, l’avvenente segretario particolare che appare ormai sempre più spesso al fianco del Papa ed è considerato il più fedele interprete del “Ratzinger pensiero”, ha accordato recentemente alla SuedDeutsche Zeitung un’ampia intervista in cui da un lato rivendica la natura profetica del famigerato discorso di Benedetto XVI a Ratisbona e, dall’altro, ribadisce la necessità che l’Europa sappia insorgere contro il tentativo islamico d’islamizzarla.
Per chi non lo sapesse, sarà opportuno ricordare che nel discorso di Ratisbona, pronunciato durante una lezione comicamente definita magistrale, il Papa esaltava il seguente giudizio sull’Islam d’un sovrano bizantino del ‘300, Manuele II Paleologo:
“Cerca pure – aveva detto Manuele II – ciò che Maometto ha portato di nuovo nel mondo religioso e vi troverai soltanto cose malvage e disumane, come la sua direttiva di diffondere con la spada e la violenza la fede che egli predicava”.
Anche un dilettante allo sbaraglio, come si usa dire oggi, avrebbe capito che quelle parole costituivano già ai tempi del Paleologo una provocazione e un’offesa gravissima contro la religione islamica, ma oggi, in questi tempi in cui anche gli schizzi di due vignettisti possono scatenare la furia incendiaria e stragista delle folle fondamentaliste, sulla bocca di un papa esse potevano diventare la miccia di una deflagrazione internazionale. Ma Joseph Ratzinger, descrittoci per anni dalla nostra stampa servile come un politico sopraffino, non lo capì.
Comunque, nell’arco di poche ore, dalla Turchia al Marocco, dall’Egitto al Pakistan, tutto il mondo islamico insorse indignato contro il Papa e l’Occidente, esigendo immediate scuse, nel migliore dei casi, o minacciando sanguinose rappresaglie (in particolare contro la città di Roma), nel peggiore. Così, al già pesante contenzioso in atto tra Islam e Occidente, questo papa, aggiunse la sua irresponsabile e goffa provocazione, doppiamente grave in quanto espressa dalla massima autorità religiosa cristiana e in quanto fondata sulla battuta d’un tirannello medievale: una battuta davvero grottesca, se si pensa che fu pronunciata poco dopo che il Cristianesimo aveva per tre secoli messo a ferro e fuoco tutto il Medio Oriente con le sue crociate più o meno brigantesche e poco prima che, per altri cinque secoli, nelle Americhe e altrove, il mondo cristiano riprendesse a diffondere la sua fede sulla punta delle spade e dei fucili.
Ora il prete bello e prediletto del Papa, Georg Gaenswein, che appare oggi, di quell’infelice sortita pontificia, l’improvvido ispiratore, torna a rievocare il discorso di Ratisbona definendolo addirittura, come dicevo all’inizio, “profetico” e rischiando di riaccendere le rabbiose reazioni degl’islamici dogmatici. Ma, a parte queste ostinate e ripetute “gaffes” del Papa e del suo “Ninfo Egerio”, ciò che preoccupa sono le parole con cui Gaenstein ha invocato la mobilitazione dell’Europa cristiana contro i tentativi d’islamizzazione in atto.
Sia chiaro, per parte mia ho più volte sottolineato la grave minaccia che il fanatismo islamico comporta per l’Europa e per l’Occidente liberale in genere ed ho anche sostenuto l’esigenza di una mobilitazione e di una difesa attiva contro tale minaccia. Ma proprio per questo vedo, nelle parole di Benedetto XVI e di Gaenstein, e soprattutto nella politica vaticana che ne potrà derivare, un pericolo non meno grave. Una politica di contrasto all’Islam guidata dal Vaticano, infatti, pervertirebbe inevitabilmente la difesa della civiltà liberale in una contrapposizione tra due dogmatismi religiosi, quello islamico e quello cattolico, e sfocerebbe fatalmente in una nuova, catastrofica edizione delle guerre sante cristiano-islamiche che hanno insanguinato la storia europea per quasi 15 secoli.
Se esiste ancora una speranza di scongiurare il nuovo terribile scontro di cosiddetta civiltà che si delinea all’orizzonte, questa speranza non si fonda di certo su di un ritorno dell’Occidente liberale al dogmatismo religioso e, tanto meno, su di una ennesima contrapposizione tra dogmatismo cattolico e dogmatismo islamico. Al contrario, questa speranza si può fondare solo sull’incontro tra le forze liberali del mondo cristiano e di quello islamico e sul fascino che le idee di libertà non solo politica ma anche femminile, giovanile, educativa, religiosa e creativa esercitano sulla maggior parte della gente e che fanno dell’umanesimo liberale l’unica piattaforma realistica di dialogo tra le diverse culture umane. Beninteso ciò non significa affatto sbracare dinanzi all’invadenza islamica, come qualche pensatore debole e deboluccio del mondo occidentale crede o finge di credere ma, al contrario, impegnarsi in una politica massiccia di esportazione dell’umanesimo liberale non certo attraverso gli strumenti, rivelatisi fallimentari, della forza militare o della diplomazia, ma attraverso le grandi campagne mediatiche che proponiamo invano, da almeno dieci anni, alle nostre ottuse e inette dirigenze religiose e politiche. Purtroppo questa ottusità e inettitudine può essere fatale per il futuro dell’evoluzione umana. Le sortite del Papa e del suo prete bello ci dicono infatti che la messa in scena della nuova, apocalittica “guerra santa” è già cominciata e che, tra Pace Laica e Guerra Santa, l’umanità finirà forse per scegliere o subire ancora una volta la Guerra Santa, senza neppure accorgersi che, nell’era nucleare, la nuova Guerra Santa equivale a un suicidio generale o, comunque, all’estinzione d’ogni speranza di libera e creativa crescita umana.
posted by Luigi De Marchi @ 4:29 PM
domenica, 29 luglio 2007
Convegno sul tema "Quale scuola per il futuro ?"
Partecipano Giuseppe Fioroni (Ministro della P.Istruzione), Giuseppe Valditara (AN), Alba Sasso (Ulivo), Valentina Aprea (FI)
ascolta su: http://www.radioradicale.it/scheda/231843
domenica, 29 luglio 2007
I dissenzienti cattolici al passo coi tempi, non potranno mai confrontarsi con un papa a spasso coi gamberi.
La chiesa ha fondato il suo potere sul controllo della sessualità. Adesso che ha perduto la capacità di esercitare questo controllo persino su se stessa vive nel terrore di perdere, oltre al potere, il monopolio dell'etica. Questo è il motivo per cui i sacerdoti sfruttano ogni occasione per scatenare crociate moralizzatrici contro i conviventi e le persone omosessuali.
Durante la celebrazione di un matrimonio in una chiesa alla periferia di Napoli, l'officiante inaspettatamente si è messo a inveire contro i progetti di legge sulle unioni civili, attaccando, more solito, i sovversivi che mirano a sfasciare la famiglia tradizionale.
La filippica ha finito tuttavia per segnare un altro punto a vantaggio delle categorie prese di mira.
Lo zio dello sposo ha ribattuto infatti che non era venuto in chiesa ad ascoltare un comizio. Visto quindi che il sacerdote lo redarguiva perché si era permesso di interromperlo, lo ha mandato a quel paese ed è uscito dalla chiesa, seguito da un codazzo di dissenzienti.
Convinto di averla avuta vinta, il sacerdote ha ripreso a scagliarsi con rinnovato vigore contro le minoranze, ottenendo come unico risultato quello di costringere a squagliarsela il resto della compagnia.
L'insolito evento ha risvegliato i credenti dal loro torpore abituale. Da tre giorni infatti in paese non si parla d'altro che delle ingerenze dei preti nei loro affari privati, che ha oramai superato il limite di guardia, e del fatto che essi non si sono ancora resi conto che su questo terreno non hanno più seguito.
venerdì, 27 luglio 2007
Embrione e vita, le verità in tasca della Chiesa ma perché dobbiamo crederci tutti?
da Liberazione del 26 luglio 2007, pag. 1
di Carlo Flamigni
Il commento di Maurizio Mori alla decisione del Gup di chiudere
definitivamente il procedimento nei confronti di Riccio, accusato, se non
sbaglio, di omicidio del consenziente, è stato intitolato dall' Unità "Lode
a un giudice che non ha avuto paura". Non ho capito subito quanto questo
titolo mi dispiacesse, non so se accade anche a voi di arrivare alle
conclusioni con ritardo, quando si tratta di cose sgradevoli, ho bisogno di
rimuginarci un po'. Dunque, abbiamo bisogno di uomini coraggiosi, magari di
eroi, persone delle quali un paese civile non deve, almeno in linea di
principio, sentire la mancanza.
Siamo dunque un paese a civiltà limitata, un paese che vive sotto la
dittatura dell'embrione, della sacralità della vita, delle verità rivelate,
e che non riesce a far valere i fondamentali diritti dei suoi cittadini,
quello all'autodeterminazione, ad esempio, o quello alla libertà di
coscienza, o persino quello di poter godere dei privilegi considerati come
assolutamente elementari in un qualsiasi stato laico. E tutto ciò per una
ragione francamente assurda: le ipotesi, le speranze, i convincimenti di
alcuni, pur essendo le mille miglia lontane da qualsiasi possibilità di
essere dimostrati veri (non credo francamente che la fede sia una
testimonianza attendibile in un qualsiasi tribunale civile minimamente
"coraggioso") sono stati trasformati in leggi dello stato e costringono
persone convinte di essere portatrici di differenti verità - o di nessuna
verità - a ubbidire e a comportarsi in modi che queste stesse persone
considerano indecorosi e sbagliati. Così si impone a cittadini che non
credono nell'esistenza di dio di considerare la vita come un dono, uno
strano dono invero visto che non possiamo disporne e dobbiamo risponderne a
qualcuno.
Nello stesso modo viene imposto a persone che non credono in dio il
principio secondo il quale la vita è sacra e inviolabile e deve essere
accettata comunque, qualsiasi cosa ci faccia, qualsiasi sofferenza comporti,
e che comunque il dolore è salvifico, e ci sono remunerazioni che ci
aspettano, purchè.
Quali siano le conclusioni di questa anomalia - un convincimento personale
che diviene norma di comportamento per tutti (e insisto nel dichiarami del
tutto disinteressato al valore rivelatore della fede, pur essendo
consapevole della sua utilità sociale) - è sotto gli occhi di tutti: non
possiamo disporre della nostra esistenza; è praticamente inutile che
predisponiamo un testamento biologico perché un qualsiasi medico potrebbe
decidere di ignorarlo con la scusa dell'"obiezione di conoscenza" (cioè la
convinzione che non conoscevamo abbastanza bene le conseguenze delle nostre
scelte, secondo l'opinione del Comitato di Bioetica); che se accettiamo, in
un momento di smarrimento, un qualsiasi tipo di supporto vitale, dopo non ce
ne libereremo più, e così via. Pensate al ridicolo e squallido scempio che
si riesce a fare dei corpi dei trapassati, gusci vuoti di persone che non li
abitano più, ma che non hanno capito che il trasloco deve essere definitivo,
guai a lasciare un cuore che batte ancora, qualche cretino che te lo infila
in un macchinario complicato si trova sempre, così, tanto per nascondere per
un po' il malato alla morte, far finta che la malattia non sappia più
vincere.
Non v'è dubbio che credere in dio, in un qualsiasi dio, e persino aspirare a
credere in dio, crea stranieri morali ed è origine di conflitti che possono
rivelarsi disastrosi. Questi conflitti possono essere esacerbati da
politiche religiose avventurose o da analisi sbagliate delle aspirazioni e
dei comportamenti. E' avventuroso scegliere la strada dell'etica della
verità, abbandonare la compassione in favore della pietà, ignorare le
ragioni degli altri e cercare di umiliarli (ecco le chiese che diventano
sette), come sta facendo da un paio di papi la chiesa cattolica. E'
sbagliato immaginare che i milioni di musulmani che vivono in Europa
accetteranno per sempre di vivere la loro fede nell'intimità delle famiglie
e non cercheranno piuttosto di viverla pubblicamente. Tutto ciò genera
conflitti e sappiamo bene quale può essere il risultato dei contrasti che
possono sorgere tra le religioni. E' per questo che abbiamo molto più
bisogno di uomini saggi che di uomini coraggiosi. La convivenza degli
stranieri morali è possibile solo se tutte le posizioni sono ugualmente
rispettate e se lo stato si limita a questo rispetto e non interviene nei
conflitti se non come mediatore. L'etica della verità dell'attuale pontefice
entra in conflitto con le verità degli altri, anche perché ha bisogno che i
suoi dogmi siano confermati dalle leggi (ecco la ragione per cui i cattolici
si sono tanto battuti per la legge sulla procreazione assistita, a costo di
doverne accettare le incongruenze) così come ha bisogno che lo stato non
approvi norme che li contraddicano (ed ecco perché non verrà mai approvata
una legge accettabile sulle famiglie di fatto). Sembra che nessuno ricordi
più che Abbagnano affermava che uno Stato che legifera tenendo presenti gli
interessi di una specifica ideologia a danno delle altre si macchia di
immoralità.
Rispetto è una parola molto più complicata di quanto possa sembrare a prima
vista: esige anzitutto laicità da parte di tutti, il che significa che,
quali che siano le nostre convinzioni, dobbiamo accettare il fatto che esse
non ci danno il diritto a considerarci gli unici a conoscere la verità, una
forma di presunzione stupida, prima ancora che intollerabile. D'altra parte,
di cose illuminate dalla verità ne esistono ben poche, e il nostro rapporto
quotidiano è con realtà che vivacchiano nella penombra dell'incertezza o del
momentaneo consenso. Stupisce tutti la violenza che è presente, senza alcun
infingimento, nel pensiero dei fondamentalismi religiosi, che considera gli
altri, i diversi, come infedeli che vivono nell'errore e che rappresentano
una minaccia per il trionfo della verità. Questi sentimenti, e persino la
decisione di considerare questi infedeli come fratelli che sbagliano e far
scendere su di loro il peso intollerabile della pietà - il sentimento che
scende dall'alto e prelude al perdono, non la disinteressata condivisione
della sofferenza che chiamiamo compassione - sono la dimostrazione
dell'assenza totale di rispetto.
Del resto, tutto ciò rappresenta la base del proselitismo, una violenza
morale che non tiene in alcun conto la cultura, le opinioni e le scelte
degli altri e che diventa addirittura violenza quando si verifica attraverso
rapporti impropri e sbilanciati per ragioni economiche o psicologiche.
Dunque, non è civile una convivenza come quella attuale, che vede alcuni di
noi costretti a vivere secondo ideologie che fondamentalmente disprezziamo.
Mi sembra quindi necessario non frammentare la discussione, evitare di
combattere battaglie parziali e di retroguardia che riguardano oggi la vita,
domani la morte e dopo ancora chissà: il problema è complessivo e riguarda
la laicità dello stato, i rapporti con le religioni, il confronto tra le
differenti culture, e deve essere trattato come un unico soggetto. Penso che
abbia ragione Mori: c'è bisogno, oggi, di uomini coraggiosi se vogliamo,
domani, poter fare a meno
giovedì, 26 luglio 2007
Mancano i professori di religione il ministero fatica a trovarli di Salvo Intravaia
AAA cercasi insegnanti di religione da assumere. Sembra uno scherzo ma è assolutamente vero. Il ministero della Pubblica istruzione ha emanato il decreto per il reclutamento di 3.060 docenti di religione cattolica, ma fa fatica a trovarli. In alcune regioni le graduatorie del primo e ultimo concorso bandito dal governo Berlusconi sono esaurite e per la terza tranche di immissioni in ruolo viale Trastevere sta penando non poco per assegnare le cattedre. Situazione che, se raffrontata a quella degli altri precari della scuola, appare paradossale. In un Paese come il nostro dove il precariato, specie fra i giovani e in tutti i settori, sta sostituendo anno dopo anno il cosiddetto posto fisso si fa fatica a trovare insegnanti di religione con le carte in regola, da assumere. Si profila un nuovo concorso? Vedremo.
Le regioni in 'crisi di vocazioni' sono soprattutto la Lombardia, dove a fronte di un'ampia disponibilità (357 posti vacanti) all'elementare e materna è possibile assumere appena 12 insegnanti, il Veneto e l'Emilia Romagna dove, sempre nei primi gradi dell'istruzione, sarà possibile assegnare solo sette cattedre. Situazione critica anche in Liguria e nelle Marche mentre in quasi tutte le altre regioni i posti liberi sono stati coperti al 100 per cento.
La carenza di prof di religione abilitati e in possesso del lasciapassare della Curia emerge dalla stessacircolare che accompagna il decreto. "Poiché in alcune regioni - spiegano dal ministero - è risultata esaurita la graduatoria di uno dei due concorsi oppure si è verificato che nella graduatoria stessa figurano ancora in attesa di nomina un numero di candidati insufficiente a coprire completamente il contingente risultante dalla ripartizione il numero di posti di risulta è stato destinato alla graduatoria dell'altro concorso". E siccome "in alcune delle regioni in questione, anche la graduatoria dell'altro concorso è risultata insufficiente a coprire il contingente matematicamente assegnabile alla regione, i posti che non è stato possibile conferire alle regioni per esaurimento di aspiranti a nomina inclusi nelle graduatorie, sono stati ripartiti tra le altre regioni". Una situazione che neppure i più ottimisti avrebbero potuto prevedere. Insomma quasi tutti gli aspiranti insegnanti di religione reclutati dai vescovi delle varie diocesi si sono sistemati.
Gli 'altri prof', quelli che dopo anni di precariato si trovano in questi giorni a inseguire il sogno della cattedra fissa, sono migliaia in ogni regione. Secondo una prima stima ministeriale, nelle Graduatorie ad esaurimento volute dal governo Prodi per eliminare il precariato della scuola si contano oltre 382 mila iscritti. E considerando che una minima parte è già di ruolo sono almeno 300 mila i precari 'veri'. Per loro la speranza è costituita dal piano triennale di 150 mila assunzioni varato dal ministro Giuseppe Fioroni, con i primi 50 mila che partiranno dal prossimo primo settembre. I nuovi inserimenti nelle liste dei precari sono circa 100 mila, la maggior parte proveniente dalle Scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario (Ssis) e dalle facoltà di Scienza della Formazione primaria. Se i numeri saranno confermati, al termine del blocco di assunzioni 150 mila giovani, regolarmente abilitati all'insegnamento o specializzati, resteranno precari. Situazione quasi sconosciuta fra gli insegnanti di religione. Alla media e al superiore i posti disponibili (1.650 in totale) saranno quasi tutti coperti da altrettanti (1.557 assunzioni) docenti.
I due diversi concorsi (per l'elementare e materna e per la scuola media e superiore) furono banditi nel 2004. Gli insegnanti di religione, di fatto fino a quel momento precari, che per tre quarti di secolo sono stati a carico della Chiesa hanno avuto la possibilità di passare alle dipendenze dello Stato con un concorso riservato. Bastava avere insegnato per almeno quattro anni consecutivi, nell'ultimo decennio, in una scuola statale o paritaria ed essere in possesso della certificazione di idoneità rilasciata dall'ordinario diocesano. Con l'ultimo blocco di assunzioni in tre anni sono stati reclutati più di 15 mila prof di Religione. "Con questo adempimento - dichiarano dalla Flc Cgil - si concludono le procedure di assunzione in ruolo degli insegnati di religione cattolica. Provvedimento fortemente voluto dal governo di centrodestra, a suo tempo alquanto discusso e tutt'ora discutibile, perché altera le normali regole del reclutamento".
domenica, 22 luglio 2007
Corpi alla prova di una seconda nascita
Oscar Pistorius è un diciottenne sudafricano che corre i 100 metri in poco più di undici secondi, tempo che si avvicina a quelli di qualificazione per le Olimpiadi 2008. Niente di così strano se non fosse che a Oscar mancano le gambe. Ora la Federazione internazionale di atletica, le varie commissioni tecniche, l'intero mondo dello sport si interrogano se sia possibile ammetterlo tra le competizioni riservate ai normodotati. Già, perché nonostante la conformità dei tempi, il forte senso di sportività, la trasparenza con cui lui affronta la competizione, la diversità di Pistorius inquieta.
Potremmo pensare che la questione Pistorius resti confinata all'atletica, cioè che in fondo non vada a mettere in discussione le coordinate di «normalità» e «purezza» che sono a fondamento della nostra cultura. L'atleta sudafricano però getta scompiglio su non pochi precetti dell'occidente umanista. Attraverso un rito di contaminazione egli rigetta ogni pretesa purificatrice, ci mostra come la condizione umana significhi prima di tutto costruire predicati ibridi.
Sono due mondi che inevitabilmente stanno entrando in rotta di collisione. Da una parte sta l'iperumanistica pretesa di celebrare un corpo puro e giovanile, definito attraverso parametri molto rigidi, come gli standard di razza nella cinofilia, in nome di una dimensione umana svincolata da ogni connessione e incontaminata proprio grazie alla trasformazione strumentale del non-umano. Questa cultura, che ha costruito il suo fulcro antropocentrico intorno al concetto di misura e di purezza dell'uomo, non è in grado di capire, ancor prima che tollerare, la natura ibrida del farsi umano, perciò non può che offendersi di fronte al caso Pistorius e per diversi motivi.
Prima di tutto perché il nostro atleta non nasconde le sue protesi ma le fa diventare protagoniste nel proscenio della competizione. Poi perché rivoluziona il concetto emendativo affidato dalla tradizione alle protesi per renderle, al contrario, partner capaci di ripensare il corpo ossia un modo per accedere a una dimensione altra del vivere e non semplicemente per supplire a una carenza. Infine perché Pistorius porta in superficie il nostro essere meticciati, il grossolano errore prospettico che ci fa credere di aderire a una normalità che oggi viceversa si fa sempre più elusiva.
L'iperumanismo si fonda sull'idea che l'uomo sia un'entità definita che utilizza il mondo per portare a compimento il suo destino di dominatore. È ovvio in questo paradigma il bisogno di definire una concezione prototipica di uomo che non ammetta sfumature, con l'inevitabile conseguenza di leggere la diversità come minorità. In questa temperie Pistorius viene accusato di hybris, anche se attraverso i cavilli dei regolamenti sportivi o di chissà quale altra scusa.
Fortunatamente non è questa l'unica prospettiva di interpretazione. Dall'altra parte c'è infatti una cultura emergente, dai tratti a volte incerti, che potremmo tuttavia indicare nel suo complesso come postumanista, proprio perché tesa a superare l'idea di uomo-prototipo, misurato e misura del mondo. Non è solo la sperimentazione artistica di performer come Orlan o Matthew Barney a trasformare il corpo in un palcoscenico per drammatizzazioni ibridative, ma sono le stese mode giovanili a fornirci consuetudini inusitate. Oggi sempre di più le protesi vengono mostrate con orgoglio e non nascoste come supporti di cui ci si deve vergognare. Il corpo - un corpo coniugato, ospitale, un corpo in divenire, cantiere aperto per sperimentazioni ontologiche - sta vivendo una seconda rinascita.
È una cultura che sente in modo coerente tutto il peso del mito della purezza e le nefandezze che ha prodotto, che rifiuta il canone essenzialista in nome della pluralità e della transitorietà dell'essere, che va oltre il bisogno delle identità forti basate sulla disgiunzione e sull'opposizione, che legge la tecnosfera non come potenziamento dell'uomo ma come dimensione dell'umano. Anche in questo senso Pistorius sta correndo per tutti noi.
venerdì, 20 luglio 2007
Secondo Amato "è scandaloso che in Italia una donna è una pin up o non è: che vergogna che ci sia bisogno di una legge per ricordare che è un essere umano da rispettare e non solo un corpo da guardare o peggio" Mi sfugge a quale legge alluda, forse alla censura? Ma, dopo aver detto che rimpiange i tempi in cui il movimento femminista si opponeva alla mercificazione del'immagine femminile prosegue in questo modo: "In questo senso la religione islamica ha dato alla nostra società un forte là su questi aspetti. Non che la Chiesa cristiana non si occupi di valori morali, se dicessi questo direi una bestialità, ma negli usi dell'Islam sul vestiario, noi leggiamo solo la subordinazione della donna, invece essi hanno anche un risvolto positivo di tutela della sua dignità e del suo rispetto." Si direbbe che Amato non sappia di cosa parla a meno che non condivida quell'idea di rispetto del corpo femminile secondo cui esso appartiene ai parenti maschi della donna e solo loro hanno il diritto di guardarlo, non c'è altra ragione al velo nell''islam e fuori dell'islam.
Sì, è il ministro italiano degli Interni che parla, non Tariq Ramadan e lo fa durante la presentazione della Consulta giovanile per il pluralismo religioso (non lo sapevate che oltre la Consulta esiste anche la Consulta giovanile ? neanch'io, ma così quando si parla dei costi della politica, sappiamo di cosa parliamo. Chissà se quelli della Consulta giovanile sono figli, nipoti o parenti di quelli della Consulta degli adulti ? mica per altro così si mettono d'accordo più facilmente) .Quindi chi sperava di non vedere le scuole italiane invase da giovani intabarrate, che poi chiederanno di non fare ginnastica insieme ai compagni maschi, di avere un insegnante di educazione fisica femmina e quant'altro pregiudizi e arretratezza esigono, lascino ogni speranza, il nostro famoso Dottor Sottile (chi è l'infelice che gli ha dato questo soprannome ?) apprezza e approva. D'altronde non era lui, molto prima dei vari teocon a sostenere che bisognava rivedere la legge sull'interruzione di gravidanza ?
Che Dio se esiste mandi a casa questo governo !
vedi articolo sul Corriere della Sera:
http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=F1IKZ&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1
giovedì, 19 luglio 2007
Il disvelarsi incessante delle malefatte del clero ci ha ridestati dal coma profondo in cui ci hanno cacciato secoli di bigottismo.
Da quando i media hanno cominciato a liberarsi dall'ossessione di tenerci sotto una campana di vetro, stiamo venendo a conoscenza di eventi di cui finora nemmeno pensavamo che potessero verificarsi.
Oggi non c'è chi non sappia infatti che l'arcidiocesi di Los Angeles è stata costretta a sborsare diverse centinaia di milioni di euro per mettere a tacere gli innocenti dei quali i cleropedofili hanno fatto scempio senza il minimo rimorso di coscienza ma che alla fine hanno avuto il coraggio di denunciare i loro carnefici.
La notizia della rivolta delle comunità cattoliche di base contro i vescovi, i quali, fingendo di non accorgersi che l'onda dell'indignazione ha superato abbondantemente gli argini dell'omertà, hanno coperto per decenni i sacerdoti indegni della missione che è stata loro affidata e adesso coprono se stessi con il pretesto che non ne sapevano niente e che comunue i panni sporchi si lavano in famiglia, è arrivata in ogni casa della penisola.
D'altra parte ci conforta sapere che gli alti papaveri vaticani si sono finalmente resi conto che le dimensioni del fenomeno della cleropedofilia sono sconvolgenti a tal punto che la pubblica opinione non è più disposta a tollerare che coloro che hanno lacerato l'anima di tanti adolescenti continuino ad atteggiarsi a spregiatori del sesso, difensori della famiglia e depositari della morale.
Quello che si sa di questo dramma rappresenta infatti solo la punta dell'iceberg. Sotto la superficie del mare giace ancora nascosto il cuore del problema.
E' arrivato quindi il momento di spazzare via il puzzo di sacrestia che ammorba questo Paese, facendola finita una volta per tutte con le favole inventate dal clero per scongiurare la paura della morte. Dobbiamo convincere quanta più gente è possibile che solo il progresso scientifico può annullare la sofferenza e donare il benessere all'umanità.
L'olocausto degli adolescenti per mano delle stesse persone alle quali erano state fiduciosamente affidati deve suscitare lo sdegno di quanti, di fronte al ribrezzo che hanno provato nel sapere queste cose, le hanno rimosse nel loro inconscio. Non posiamo fermarci all'accusa degli esecutori materiali del delitto. Dobbiamo sollecitare coloro che li hanno coperti a cambiare atteggiamento, dimostrando con i fatti la loro volontà di punire i colpevoli di simili nefandezze, processandoli, riducendoli allo stato laicale e mettendoli nelle mani dei giudici civili.
Quando ci saremo liberati dalle nostre paure ancestrali, la religione ci apparirà in tutta la sua insensatezza e i laici potranno dire di aver vinta una battaglia per la quale è valsa la pena di combattere.