martedì, 26 giugno 2007
Notizie Radicali
Un giornalista e la crisi della scuola
Intervista a Mario Pirani.
Di Andrea Ragazzini e Valerio Vagnoli
Si è svolto a Firenze il Convegno “Merito e legalità nella scuola italiana”
organizzato dall’Associazione radicale “Andrea Tamburi” e da Radicali
Italiani. Tra I contributi, un’intervista in audiovideo rilasciata per
l’occasione a Radio Radicale da Mario Pirani, che su “La Repubblica” ha
trattato spesso I problemi della scuola. Celebre il suo articolo Professori,
tornate al sette in condotta, che ebbe il merito di suscitare un vivace
dibattito su un tema allora tabù. Riproduciamo di seguito la trascrizione
dell’intervista. [Il testo non è stato rivisto dall’autore.]
D: Dottor Pirani, in quale periodo e per quali motivi iniziò a interessarsi
di scuola?
R: Un po’ casualmente. Un insegnante mi parlò di debiti formativi, di 6
rossi e io non capivo cosa fossero. Allora pensai di indagare sulla
situazione della scuola. Mi trovai di fronte a una selva di nuove normative,
di nuove sigle, tra cui I Pof (piani dell’offerta formativa) e mi accorsi
che queste riforme in realtà avevano creato appunto una selva oscura di
norme e regolamenti. Le valutazioni erano diventate cervellotiche: chi era
insufficiente in qualche materia aveva dei “debiti formativi”, ma in assenza
di esami di riparazione non si capiva come li avrebbe saldati. Ho scoperto
che l’universo scolastico, che tutti credevamo di conoscere, era
profondamente mutato e mutato in peggio.
D: Secondo lei la deriva della scuola è iniziata con il Ministero Berlinguer
o ha una radice più antica?
R: Io direi un po’ prima. Comincia appunto con l’abolizione degli esami di
riparazione da parte del Ministro D’Onofrio, con il voto quasi unanime della
Camera. Questo è il punto d’avvio della degenerazione pseudo-riformistica.
Senza esami di riparazione non c’è un minimo criterio meritocratico, mentre
si inventa il sistema dei debiti, che spesso diventano barzellette: la
scuola, infatti, nei primi 10 giorni di settembre, organizza dei corsi brevi
di recupero, in cui lo studente dovrebbe acquisire le competenze che non
aveva acquisito durante tutto l’anno. Se non ci riesce, questi debiti
formativi si accumulano via via, e può portarseli dietro, credo, fino alla
fine del liceo.
Le stesse riforme consentono a uno studente di acquisire dei “crediti
formativi” al di fuori della scuola: un corso di pronto soccorso, di
chitarra spagnola, di danza, di canto.
Questo è il punto di avvio di una serie di riforme che hanno svuotato il
ruolo degli insegnanti, togliendo loro ogni potere. Perché tutto questo? C’è
stato il combinarsi di una tarda filosofia di sinistra e la filosofia
cattolica, quella diciamo di Don Milani, che però riguardava le fasce più
povere della popolazione, ma che è stata invece estesa a tutti, sfociando
nel perdonismo totale. La “tarda filosofia di sinistra” di cui parlo è
quella che rinnega le forti prese di posizione di Togliatti e Concetto
Marchesi, la loro difesa di una scuola classica rigorosa, che portasse
finalmente le classi popolari alla cultura, ma in una scuola che mantenesse
un suo rigore e la capacità di formare una classe dirigente. Invece il tardo
pseudo-marxismo, che viene dalla rivolta del ’68 contro ogni gerarchia, ha
prodotto l’idea di scuola di cui sono intrise le riforme.
In quest’idea io vedo due componenti principali. Una è la concezione di
destra, fatta propria dalla sinistra, della scuola come azienda e non più
come servizio pubblico unificante dei cittadini italiani, attraverso
programmi unici e un’idea di scuola come ambiente formativo autonomo, in cui
la collaborazione con la famiglia è limitata al rapporto tra docente e
genitore nei momenti statuiti. Ma se la scuola è un’azienda, l’alunno è un
cliente, dunque va sempre difeso. Il Dirigente scolastico è interessato ad
acquisire il maggior numero di iscritti e a far quadrare il bilancio. Se
l’insegnante tenta di applicare delle norme, non dico severe, ma di
efficienza professionale e di cultura, ha contro I genitori-clienti e il
Preside. Addirittura c’è la contestazione dei voti, c’è il ricorso al TAR in
quei rari casi in cui un professore onesto si intestardisce nel mettere un
brutto voto.
La seconda componente è il pedagogismo. La pedagogia, che aveva una sua
nobiltà ai tempi di Pestalozzi o della Montessori o anche di altri, a un
certo punto è diventata appannaggio di ex sindacalisti e di professori mal
riusciti, che si sono agglomerati attorno al Ministero della Pubblica
Istruzione e hanno condizionato e dato corpo alle riforme. Ne sono nate cose
inenarrabili.
Faccio un solo esempio. Il voto, si dice, dovrebbe essere dato secondo I
principi della docimologia, in modo che non corrisponda alla convinzione
dell’insegnante, ma a criteri oggettivi, come fosse un test scientifico. Non
basta che l’insegnante legga un compito di italiano, veda se corre, se ha
una sua logica, se ci sono errori di ortografia o di sintassi; no, deve
dividerlo in una quindicina di voci: tot punti alla grammatica, tot al senso
tot alla sintassi, tot al lessico, per arrivare a un punteggio complessivo.
Il tempo dell’insegnante viene bruciato in queste cose. C’è chi ha fatto un
confronto tra chi metteva il voto col metodo tradizionale e chi lo metteva
così. Più o meno veniva la stessa cosa, dunque sembra una pura perdita di
tempo. Ma a cosa serve in realtà? A togliere all’insegnante il ruolo e
l’autorità di mettere il voto, a far sì che il voto possa essere contestato
dallo studente, dai genitori, spesso dal Preside.
Quanto alle interrogazioni, in alcune scuole ormai sono programmate, cioè lo
studente sa che sarà interrogato quel certo giorno, in quella materia, su
quegli argomenti. Se è preparato si presenta, sennò non si presenta. Questo
è un passo in avanti della democrazia? Non mi pare.
Io ho fatto poi la polemica sul problema della condotta. Ho detto:
“Professori, perché non tornate al 7 in condotta?”, sollevando una certa
vivacità di polemica. Non so se avete la dichiarazione del Ministro di
allora, De Mauro.
D: Sì, anzi è interessante rileggerla. Il suo articolo sulla condotta è del
gennaio del 2001 e il suo giornale, “La Repubblica”, fece a De Mauro questa
domanda: se il prossimo Ministro della Pubblica Istruzione decidesse di
riesumare il 7 in condotta Lei sarebbe d’accordo? Il Ministro rispose: “Come
no? Ma ad alcune condizioni: il ripristino del primo Gabinetto Mussolini, e
se venissero garantiti venti anni di dittatura, il ritorno alle elementari
di quel tempo, quando un quarto dei bambini arrivavano alla quinta
elementare e il 10% dei giovani si iscriveva alle Scuole Superiori. Se
l’Italia tornasse ad essere come quando il 70% del reddito proveniva
dall’agricoltura, se chiudessero buona parte dei giornali, se venissero
sospese le trasmissioni televisive e ripristinata l’EIAR e tutti andassero
in Piazza Venezia. Il 7 in condotta faceva corpo con questa visione dello
Stato, faceva corpo con le punizioni fisiche.” Da che cosa può nascere
secondo lei una dichiarazione così fuori misura?
R: Questo è un test significativo. De Mauro è un grande linguista, è un uomo
di cultura. Ma evidentemente, come tanti altri, è permeato dall’idea che
ogni elemento d’ordine, ogni limite, ogni principio di gerarchia, anche
quella più democratica, sia un principio fascista. È un’assurdità, però è
un’assurdità che è si è affermata col ‘68. Quella del Ministro è una
dichiarazione che un vecchio comunista, per esempio Togliatti, non avrebbe
mai fatto. Sarebbe stata considerata una dichiarazione anarco-sindacalista
piccolo borghese.
L’abolizione del 7 in condotta (poi reintrodotto, ma per modo di dire)
significa che qualunque comportamento – diciamolo pure – illegale di un
alunno non deve avere influenza sul profitto. Allora cosa avviene? Molti
ragazzi, la maggioranza, si comportano correttamente. Ma se una piccola
minoranza risponde male agli insegnanti, insozza i gabinetti, butta per aria
i registri, appicca il fuoco alla scuola, questi comportamenti non
concorrono alla valutazione complessiva, perché la condotta non è
considerato un elemento coesistente con il profitto. Da lì parte il problema
non di qualche caso di bullismo, ma di questa atmosfera di assoluta
indisciplina, di rivolta, di maleducazione, di aggressività.
Quindi quello che è accaduto in quest’ultimo periodo non è strano. A un
bambino, e poi a un ragazzino, si deve dare il senso che esiste la libertà,
ma che questa ha dei limiti nella libertà altrui. La gravità non sta tanto
nel fatto che un bambino o un ragazzo commettano un’infrazione: le abbiamo
commesse tutti. Però sapendo che era un’infrazione. Se invece gli dici che
l’infrazione non esiste e che la sua autodisciplina deriva solo da una
specie di autoconvincimento, è chiaro che il giovane sarà sempre più spinto
ad affermare la propria personalità a spese dei compagni.
La mia seconda battaglia è stata quella contro l’uso del telefonino a scuola
Così mi sono scontrato anche con questo Ministro. Prima di divieti non
voleva sentirne parlare, poi ha accettato di invitare le scuole non a
proibire l’ingresso dei telefonini (come si dovrebbe fare), ma a chiedere
che non vengano usati durante le lezioni, mentre durante l’intervallo si può
Così non si tiene conto che oggi il telefonino è diventato un’arma
impropria, con cui si può mandare tutto in rete. Viene picchiato un
handicappato, vengono commessi atti semipornografici o veramente
pornografici, violenze sessuali: tutto questo va in rete attraverso il
cellulare. È come andare a scuola con una pistola.
Questo accade per ragioni di stupidità culturale, ma anche di debolezza,
perché si ha paura di affrontare uno scontro con i genitori, che considerano
il telefonino indispensabile perché devono stare sempre in contatto. Quei
genitori che non stanno in contatto in casa, che lasciano perdere i loro
figli, invece hanno bisogno di tenere il contatto telefonico. È attorno a
questi temi che consiglio di tentare delle battaglie, probabilmente
perdendole tutte, come l’eroe di Cent’anni di Solitudine, il colonnello
Buendìa, che fece 34 battaglie e le perdette tutte.
D: Dottor Pirani, il nostro convegno tratta di merito e legalità riferendosi
anche agli insegnanti. Lei è d’accordo con il professor Ichino per cui la
prima cosa da fare è colpire il demerito? E ritiene che sia giusto avviare
una carriera anche per i docenti, come qualcuno sostiene?
R: Bisogna riqualificare la professione degli insegnanti, il che vuole dire
certamente far sì che la loro capacità e il loro impegno vengano misurati
attraverso criteri oggettivi. In Inghilterra, ad esempio, c’è un’agenzia di
valutazione di alto livello completamente esterna al Ministero, che valutano
la scuola nel suo insieme e gli insegnanti secondo certi criteri. Teniamo
conto che molti insegnanti svolgono un ruolo secondo me “eroico”: sono
pagati poco, spesso sono insultati dai ragazzi o minacciati dai genitori,
non sono appoggiati dal Preside; eppure seguitano ad insegnare, seguitano a
battersi. In certe scuole ce la fanno e allora si dice: “Se l’insegnante è
autorevole, tutti questi problemi che Pirani indica non esistono. Dunque
basta l’autorevolezza”. Ma l’autorevolezza non è che tutti se la possono
dare. I docenti sono circa ottocentomila. È una massa che ha i suoi picchi
di eroismo e le sue bassure di rassegnazione. C’è molto opportunismo, ci
sono insegnanti ormai stanchi. Però teniamo conto della persecuzione cui
sono stati sottoposti e del loro basso livello di stipendio. Ci sono
studenti che li insolentiscono per questo: “Ma lei quanto guadagna, perché
non va a fare la puttana!?” E nessuno caccia via uno che parla così. Invece
andrebbe sospeso per l’intero anno e fatto ripresentare l’anno dopo. Siccome
questo è fascismo, è lesa maestà del cliente, ecco che le giovani
generazioni, quando si troveranno a competere nella vita, abituate a non
competere più nemmeno con se stessi, si troveranno in una situazione o di
frustrazione estrema o di violenza. Così abbiamo alcuni giovani di
grandissimo livello, che spesso vengono mandati all’estero a studiare, e una
maggioranza di ragazzi con meno mezzi che si pensa di compensare attraverso
il lassismo. Per questo il livello medio dei risultati, nei confronti
europei, è molto basso. Dunque abbiamo una divisione di classe che non
avevamo mai avuto in questi termini. Questo è il frutto della pedagogia
all’italiana. Quanto meno in Francia, in Inghilterra, in America, dove la
scuola ha crisi di questo tipo (perché c’è anche lì un’ideologia di questo
genere), però ci sono delle scuole di eccellenza. Noi non abbiamo nulla di
tutto questo, in nome della democrazia mandiamo avanti tutti, ma nel modo
che ho detto. Per questo negli ultimi anni le Università hanno dovuto
rinunciare a far fare i compiti scritti, perché erano pieni di errori di
ortografia. Non capire la drammaticità di tutto questo è una responsabilità
gravissima di quelle che non chiamerei nemmeno più classi dirigenti: sono il
ceto sociale che si è impadronito del prodotto politico e lo gestisce in
modo autoreferenziale a suo uso e consumo. La conclusione è questa.
D: Bene, grazie dottor Pirani per il suo contributo e anche per quello che
ha fatto e speriamo vorrà fare per la scuola italiana.
R: Speriamo, ma temo che prenderò altri insulti...
sabato, 23 giugno 2007
La Cei prova ad alzare la voce in Spagna
di Paolo Izzo
Ci sono sospette diramazioni vaticane anche nella vicina Spagna! E noi, ingenui anticlericali italiani, che credevamo di essere le uniche vittime designate dello strapotere d’Oltretevere…
Una notizia dell’ultim’ora battuta dall’agenzia Asca comunica, infatti, che i vescovi avrebbero qualcosa da dire sulla nuova Legge sull’Istruzione (Loe), varata dal governo di Josè Luiz Rodriguez Zapatero, che entrerà in vigore a partire dal prossimo anno scolastico.
Nelle mire della Cei sarebbe finita nientepopodimeno che l’idea di introdurre nelle scuole pubbliche spagnole l’insegnamento dell’educazione civica!
“Lo Stato – avverte la nota dei vescovi – si arroga un ruolo di educatore morale che non è proprio di uno Stato democratico di diritto”. Proseguendo che la materia in questione, se si fosse limitata a “spiegare l’ordinamento costituzionale e le dichiarazioni dei diritti umani, sarebbe stata accettabile, perfino auspicabile”.
Invece, con buona pace dei porporati di ogni idioma, l’educazione civica di lingua ispanica parlerà di rispetto della diversità, rifiuto del razzismo e dell’omofobia, parità tra uomo e donna, ma anche di diritti e doveri del cittadino in una società democratica.
Sappiamo che i nostri cugini spagnoli, capitanati da Zapatero, sapranno difendere con i denti lo Stato laico dagli attacchi clericali. Ancora una volta.
Ma ci viene il dubbio terribile che per rappresaglia i vescovi possano prendersela con la nostra educazione civica, già peraltro zoppicante in fatto di diritti. E farlo con il consenso di una classe politica sempre meno laica.
martedì, 19 giugno 2007
Dal blog di
paolida (154) su Radio radicale -FaiNotizia - Martedì, 19 Giugno 2007 - 8:54am
L’ opinione pubblica è bizzarra e con essa i media che la formano fingendo di rappresentarla. Mentre chiunque davanti ad un guasto dell’impianto idraulico della casa o alla fattura del meccanico mette mano al portafoglio senza esitare, per non parlare del medico specialista, dell’architetto se ce lo possiamo permettere, dell’istituto di bellezza ecc. davanti a certe categorie di lavoratori tende a sottolinearne l’aspetto etico che dovrebbe spingere tali categorie a prestare la loro opera indifferentemente dal profitto che ne ricavano. Uniche categorie in tempo di economia capitalistica trionfante alle quali viene chiesto di operare in regime di economia socialista !
Una di queste categorie è quella degli insegnanti che , regolarmente, vengono presi di mira, quando alla soglia degli esami di stato, tentano di sottarsi a questo obbligo. Sugli insegnanti notoriamente sottopagati, e quindi poco stimati socialmente, i media piangono lacrime di coccodrillo, ma pretendono da essi che continuino ad adempire per quattro soldi ad ulteriori impegni.
I compensi per chi svolge nelle commissioni d’esame la funzione di presidente e di commissario interno o esterno sono su tutti i giornali : 1249 euro lordi per i presidenti, 911 per i commissari esterni, 399 per i membri interni. Facciamo subito due conti: la mia commissione lavorerà per 23 giorni, il tempo necessario a esaminare 36 studenti nei tempi e modi previsti dalla burocrazia, impossibile per esempio interrogare più di 5 studenti al giorno. Questo significa che i compensi giornalieri per le tre categorie di docenti impegnati nell’esame di maturità sono rispettivamente: 54 euro lordi, 39 e 33 (i commissari interni lavorano mediamente la metà del tempo di quelli esterni, anche se come tutti gli altri non possono considerarsi in vacanza fino al termine dei lavori della intera commissione). Le cifre sono lorde, quindi ad esse vanno detratte le aliquote del 27 o del 34 % in base al reddito complessivo del docente. Immaginiamo che un presidente che, di solito, è verso la fine della carriera sia gravato da un’aliquota Irpef del 34% e otteniamo una paga giornaliera di circa 36 euro da cui andranno sottratte le ulteriori trattenute per sanità, enti locali ecc. Ebbene a quale professionista, con trent’anni di esperienza, chiederemmo di lavorare per una media di 5 ore giornaliere per un compenso netto di 33-34 euro, vale a dire 5/6 euro l’ora ? E’ evidente che solo in caso di estremo bisogno o di un altissimo senso del dovere malricambiato un docente accetta di gettare al vento il suo tempo e la sua professionalità. Ci sarebbe da stupirsi,, al contrario che, nonostante tutto, via sia un così alto numero di docenti che accettino di partecipare agli esami.
Inoltre il ministero della P.Istruzione, non è uso negli ultimi anni pagare i compensi straordinari nei tempi di legge, pertanto può capitare all’incauto che per senso del dovere accetta un incarico, di essere gravato negli anni successivi di una tassazione maggiore perché il compenso non pagato a suo tempo si cumula con il reddito dell’anno in corso e fa scattare un aliquota maggiore. Paradossale il caso di un mio collega che non essendo stato pagato l’anno scorso per delle attività straordinarie se l’ è viste saldare nel 2007 con un’aliquota Irpef molto maggiore, perché nel frattempo la nuova Finanziaria aveva modificato aumentandole le aliquote delle trattenute !
Ciononostante i costi di tutta l’operazione sono esorbitanti e gravano sulle tasche di tutti i cittadini, insegnanti compresi. In realtà non vi sarebbe alcuna ragione di svolgere l’esame finale di stato, per gli alunni dellle scuole statali, se non fosse necessario diplomare gli studenti delle scuole private non autorizzate a rilasciare un titolo di studio legalmente valido. Il legislatore non potrebbe mettere mano, una buona volta, all’ intera faccenda ?
domenica, 17 giugno 2007
da Repubblica del 16/06/07
Se oggi potessi essere a Roma andrei al Gay Pride. E non per solidarietà "da esterno" a una categoria in lotta. Ci andrei perché, da cittadino italiano, riconosco nei diritti degli omosessuali i miei stessi diritti, e nell'isolamento politico degli omosessuali il mio stesso isolamento politico. Ci andrei perché la laicità dello Stato e delle sue leggi mi sta a cuore, in questo momento, più di ogni altra cosa, e ogni piazza che si batta per uno Stato laico è anche la mia piazza. Ci andrei, infine e soprattutto, perché, come tantissimi altri, sono preoccupato e oramai quasi angosciato dalle esitazioni, dalla pavidità, dalla confusione che paralizzano, quasi al completo, la classe dirigente della mia parte politica, la sinistra.
Una parte politica incapace di fare proprio, senza se e senza ma, il più fondante, basilare e perfino elementare dei princìpi repubblicani: quello dell'uguaglianza dei diritti. L'uguaglianza degli esseri umani indipendentemente dalle differenze di fede, di credo politico, di orientamento sessuale. Ci andrei perché ho il fondato timore che la nuova casa comune dei democratici, il Pd, nasca mettendo tra parentesi questo principio pur di non scontentare la sua componente clericale (non cattolica: clericale. I cattolici sono tutt'altra cosa).
Ci andrei perché gli elettori potenziali del Pd hanno il dovere di far sapere ai Padri Costituenti del partito, chiunque essi siano, che non sono disposti a votare per una classe dirigente che tentenni o peggio litighi già di fronte al primo mattone. Che è quello della laicità dello Stato. Una piazza San Giovanni popolata solamente da persone omosessuali e transessuali, oggi, sarebbe il segno di una sconfitta. Le varie campagne clericali in atto tendono a far passare l'intera questione delle convivenze, della riforma della legislazione familiare, dei Dico, come una questione di nicchia.
Problemi di una minoranza culturalmente difforme e sessualmente non ortodossa, che non riguardano il placido corso della vita civile di maggioranza, quella della "famiglia tradizionale". Ma è vero il contrario. L'intero assetto (culturale, civile, politico, legislativo) dei diritti individuali e dei diritti di relazione riguarda il complesso della nostra comunità nazionale. La sola pretesa di elevare a Modello una sola etica, una sola mentalità, una sola maniera di stringere vincoli tra persone e davanti alla comunità, basta e avanza a farci capire che in discussione non sono i costumi o il destino di una minoranza. Ma i costumi e il destino di tutti.
Ci andrei perché dover sopportare gli eccessi identitari, il surplus folkloristico e le volgarità imbarazzanti di alcuni dei manifestanti è un ben piccolo prezzo di fronte a quello che le stesse persone hanno dovuto pagare alla discriminazione e al silenzio. E i peccati di orgoglio sono comunque meno dannosi e dolorosi delle umiliazioni e dell'autonegazione. E se la piazza dovesse essere dominata soprattutto da questi siparietti, per la gioia di cameraman e cronisti, la colpa sarebbe soprattutto degli assenti, che non hanno capito che piazza San Giovanni, oggi, è di tutti i cittadini. Se ci sono pregiudizi da mettere da parte, e diffidenze "estetiche" da sopire, oggi è il giorno giusto.
Ci andrei, infine, perché in quella piazza romana, oggi, nessuno chiederà di negare diritti altrui in favore dei propri. Nessuno vorrà promuovere un Modello penalizzando gli altri. Non sarà una piazza che lavora per sottrazione, come quella rispettabile ma sotto sotto minacciosa del Family Day. Sarà una piazza che vuole aggiungere qualcosa senza togliere nulla.
Nessuna "famiglia tradizionale" si è mai sentita censurata o impedita o sminuita dalle scelte differenti di altre persone. Nessun eterosessuale ha potuto misurare, nel suo intimo, la violenza di sentirsi definire "contro natura". Chi si sente minacciato dall'omosessualità non ha ben chiaro il concetto di libertà. Che è perfino qualcosa di più del concetto di laicità.
Michele Serra